Capire

Machine Learning tradizionale

Capire le radici dell'evoluzione

Pubblicato il 7 settembre 20255 minuti di lettura
Machine Learning tradizionale
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Questo tema nel libroParte I - Capire4 capitoli: apri la sintesi e leggi come iniziano

Questa parte ricostruisce da dove viene l’IA, come impara una macchina, come nascono i modelli di linguaggio e che cosa sta intorno al modello: fine-tuning, RAG, finestra di contesto, harness.

I capitoli di questa parte

  • Capitolo 1 · pagina 25Da dove viene l’IA che usi ogni giornoLa nascita dell’IA · Dove siamo oggi

    La chat che usi tutti i giorni nasce da una storia lunga settant’anni. Siamo nel 1950, l’epoca in cui i primi calcolatori entrano nei laboratori. Alan Turing, matematico inglese, si domandò se quelle macchine fossero in grado di pensare. Cercando la risposta si rese conto che il concetto stesso di “pensare” era difficile, se non impossibile, da definire. Cambiò allora prospettiva e concluse che il modo migliore per stabilire se una macchina pensa fosse una prova: se una persona, conversando con un calcolatore, non riesce a capire che sta parlando con una macchina, allora quella macchina ha superato il test. Sei anni dopo, a Dartmouth, John McCarthy diede un nome a quella che stava diventando una disciplina: “intelligenza artificiale, la scienza e l’ingegneria di creare macchine intelligenti”. Molti studiosi si dedicarono a quell’obiettivo, e in poco tempo si consolidarono due approcci diversi. Il primo diceva: scriviamo noi le regole, una per una, e la macchina le applica, come fa un programma tradizionale. Il secondo diceva: diamo alla macchina molti esempi e lasciamo che le regole se le ricavi da sola, con algoritmi ispirati ai neuroni del cervello. La prima strada diede presto risultati tangibili e sembrò la migliore, e lo rimase fino alla fine degli anni Ottanta. Poi, con il crescere della potenza di calcolo, con l’arrivo dei cosiddetti big data e grazie ad algoritmi sempre più raffinati, la seconda strada, quella delle reti neurali artificiali, ebbe la meglio. Nel 2012 una rete neurale profonda (deep neural network) vinse una gara di riconoscimento di immagini con un distacco che nessuno si aspettava. Negli anni seguenti arrivarono i modelli di linguaggio (i large language model), e il 30 novembre 2022 ChatGPT li mise a disposizione del grande pubblico, con una velocità di diffusione da record: oltre cento milioni di persone nei primi due mesi. Il capitolo racconta questa storia e si chiude con una panoramica di quello che l’IA sa fare oggi, dalle proteine alle auto senza conducente. Una cosa da tenere a mente per tutto il libro è la differenza fra le due strade: un programma tradizionale segue istruzioni scritte da qualcuno e dà sempre la stessa risposta; una rete neurale impara dai dati e risponde con la cosa probabilmente più giusta.

    Perché leggerlo: senza questa storia ogni annuncio sembra il primo, e non hai modo di pesarlo. È breve e si legge per intero in mezz’ora; per seguire il resto basta portarsi dietro la distinzione fra regole scritte a mano e regole ricavate dagli esempi, che torna in ogni capitolo.

  • Capitolo 2 · pagina 31Come impara una macchinaIA simbolica: i sistemi esperti · Machine learning: l’apprendimento dai dati · Machine learning tradizionale: la cassetta degli attrezzi · Deep learning: il salto di qualità · Reti neurali artificiali: architetture di base · Reti neurali artificiali: architetture avanzate

    Questo capitolo apre la macchina e racconta, un pezzo alla volta, come fa a imparare. La storia comincia dai sistemi esperti degli anni Sessanta e Settanta. Un esperto umano scriveva le regole, per esempio “se febbre e tosse, allora possibile influenza”, e un programma le applicava una dopo l’altra. Il metodo funzionava finché le regole erano poche; al primo caso che nessuno aveva previsto si rompeva. Il machine learning (l’apprendimento automatico) rovesciò il metodo: invece di scrivere le regole, si raccolgono molti esempi già risolti e si lascia che il programma trovi da solo le regolarità. Un albero decisionale, per esempio, impara da centinaia di pazienti quale domanda fare per prima per capire se un caso è urgente. Queste tecniche, insieme alle regressioni e alle foreste di alberi, decidono ancora oggi se concedere un prestito o come smistare la posta. Hanno però un limite: lavorano su caratteristiche dei dati che qualcuno ha già scelto per loro. Il deep learning fa il passo in più, perché la rete trova da sola che cosa guardare, ed è proprio quello che serve con le immagini, le frasi e i suoni. Per spiegare come, il capitolo parte dal neurone artificiale, il mattone di base delle reti: una somma pesata dei dati in ingresso, seguita da una piccola curva che si chiama funzione di attivazione. Mettendo insieme qualche neurone si ottiene una rete neurale, e con una rete di questo tipo il capitolo mostra come prevedere se uno studente supererà un esame a partire dai risultati di altri studenti prima di lui. Poi quella rete viene addestrata davvero: si parte con pesi scelti a caso, si misura l’errore e si correggono tutti i pesi insieme, un poco alla volta, per migliaia di giri, finché l’errore è il più piccolo possibile. Questo meccanismo, la discesa del gradiente con la backpropagation, è lo stesso che addestra i modelli da miliardi di parametri. Il capitolo si chiude con le quattro architetture che hanno reso possibile l’IA generativa: la diffusione, che impara a togliere il rumore da un’immagine; l’autoencoder, che comprime e ricostruisce; le GAN, due reti che si sfidano; e il Transformer, che con il meccanismo dell’attenzione legge tutte le parole di una frase insieme e decide quali contano per ciascuna.

    Perché leggerlo: è la parte che rende possibile tutto il resto. Senza sapere che cosa sono i pesi e come si addestrano, non è possibile capire davvero perché le risposte dei modelli possono essere sbagliate. Serve leggerlo tutto? No. Per seguire il libro bastano le sezioni sui sistemi esperti e sul machine learning tradizionale, più la sottosezione sul Transformer, in coda alla seconda sezione sulle reti neurali; il resto delle due sezioni sulle reti neurali, con i conti della rete a tre neuroni, si può saltare al primo giro e riprendere quando vorrai vedere come si arriva a quei numeri. Chi salta deve però almeno portarsi dietro tre parole e il loro significato: pesi, addestramento, attenzione.

  • Capitolo 3 · pagina 69I large language modelCome si addestra un modello di linguaggio · Grande non è sempre meglio: i modelli efficienti · Nuove tecniche per migliorare le capacità degli LLM · Chi fa gli LLM, e come li rilascia · Le architetture, in ordine di tempo

    I modelli di linguaggio, i large language model o LLM, sono l’intelligenza artificiale con cui hai a che fare tutti i giorni, e questo capitolo racconta come nascono e chi li costruisce. Un LLM è una rete neurale addestrata a fare una cosa sola: leggere un pezzo di testo e indovinare la parola che viene dopo. Sembra un compito modesto, ma per farlo bene la rete deve assorbire la grammatica, i fatti e i ragionamenti che stanno dietro le parole, ed è così che impara a rispondere, riassumere e tradurre. Tre grandezze decidono quanto un modello è bravo a prevedere la parola successiva: quanti parametri ha, cioè quanti pesi aggiusta mentre impara; quanto testo ha visto; quanto calcolo è servito per addestrarlo. Nel 2020 ci si accorse che l’errore cala in modo regolare quando le tre grandezze crescono. Sono le cosiddette leggi di scala, e da quella scoperta è partita la corsa a costruire modelli sempre più grandi. Il costo di addestramento, però, sale in fretta, e il capitolo racconta le strade che si stanno percorrendo per contenerlo: modelli più piccoli ma addestrati molto più a lungo, oppure pesi scritti con pochi bit, cioè numeri con meno decimali. Presenta poi due tecniche che negli ultimi anni hanno migliorato i risultati a parità di dimensioni: far scrivere al modello un ragionamento prima della risposta, che è l’idea dei modelli di ragionamento, e organizzarlo dentro come una squadra di specialisti che si attivano solo quando servono, la Mixture of Experts. Il capitolo si chiude con chi costruisce questi modelli e come li rilascia: a pesi chiusi, che restano sui server di chi li ha prodotti, oppure a pesi aperti, scaricabili e modificabili; e con quello che ciascun laboratorio ha scelto di vendere.

    Perché leggerlo: qui impari a capire le caratteristiche di un modello nuovo da solo, e ne esce uno al mese. La prima sezione, l’addestramento e le leggi di scala, aiuta a capire come mai leggiamo sui giornali tutti i giorni della corsa alla costruzione di data center sempre più grandi. La sezione sui laboratori si può attraversare in fretta e riprendere quando ti serve un nome.

  • Capitolo 4 · pagina 83Che cosa sta intorno al modelloAdattare un modello al proprio materiale · La finestra di contesto · Capienza e attenzione · L’harness: l’impianto attorno al modello

    Lo stesso modello, dentro due prodotti diversi, può dare risultati lontanissimi. La differenza la fa quello che gli sta intorno, e questo capitolo lo descrive dall’interno verso l’esterno. Un modello appena addestrato ha una conoscenza generale molto ampia, che viene dal materiale su cui è stato addestrato, ma non sa niente di te e del tuo lavoro. Per portarlo sul tuo materiale ci sono due strade. La prima è riaddestrarlo un poco, il fine-tuning: gli si mostrano esempi curati tratti dai tuoi documenti e il modello cambia il modo in cui si comporta, il tono, il formato, il vocabolario di un mestiere. La seconda è collegarlo ai tuoi documenti, la RAG: il modello resta com’è, ma quando arriva una domanda va a cercare nei tuoi file i pezzi che servono e li legge prima di rispondere. La regola per scegliere è semplice: si addestra per insegnare una forma, si dà un documento per aggiungere un fatto. Tutto quello che il modello legge prima di rispondere sta in uno spazio che si chiama finestra di contesto: le istruzioni, la conversazione fino a quel punto, gli allegati, i risultati delle ricerche. La finestra viene riletta per intero a ogni scambio ed è, in pratica, quanto il modello riesce a tenere a mente mentre lo usi. In tre anni la capienza è cresciuta enormemente: i primi modelli tenevano a mente un documento di poche pagine, quelli di oggi lavorano su testi di centinaia di pagine. Restano però dei limiti nella capacità di tenere l’attenzione su tutto quel materiale, e conviene conoscerli. Il capitolo si chiude con l’impianto completo, l’harness: il contesto, gli strumenti che il modello può usare, la memoria, il ciclo con cui rilegge quello che ha fatto e le istruzioni permanenti. Nessuna di queste cinque cose è il modello, e alcune non si comprano: le costruisci tu. È per questo che due persone con lo stesso abbonamento possono avere esperienze molto diverse.

    Perché leggerlo: è il capitolo che presenta tutte le componenti della IA che usiamo tutti i giorni. Ed è proprio utilizzando al meglio queste componenti che è possibile trarre i migliori risultati dalla IA. I capitoli successivi entrano nel dettaglio: la finestra di contesto torna nel capitolo sull’uso della chat, l’harness in quello sugli agenti, la RAG in quello sulla scelta di una soluzione. Va letto per intero; è breve, e la sezione sulla finestra di contesto è la più utile del libro per chi usa una chat tutti i giorni.

Il libro costruisce le basi in modo progressivo; gli articoli approfondiscono e aggiornano i singoli temi man mano che cambiano.

Quando parliamo di machine learning, il pensiero corre subito alle reti neurali e ai moderni modelli di intelligenza artificiale generativa, capaci di scrivere testi, tradurre lingue o riconoscere immagini con una precisione sorprendente (come nel caso di ChatGPT).

Per favorire la comprensione di come si sia arrivati a queste soluzioni, è però utile illustrare le tecniche di machine learning che possiamo definire "tradizionali". Queste tecniche rappresentano il ponte tra i primi tentativi dell'intelligenza artificiale e l'esplosione recente dell'IA generativa.

Dai sistemi esperti al machine learning

Abbiamo visto i sistemi esperti degli anni Ottanta e Novanta. Funzionavano in modo molto semplice: un gruppo di programmatori e specialisti codificava a mano decine, centinaia o persino migliaia di regole del tipo "se succede A, allora fai B".

Un approccio basato su regole fisse funziona bene in situazioni semplici e ben definite. Tuttavia, quando la realtà diventa più complessa, lo schema si complica rapidamente. Per descrivere tutti i possibili casi clinici bisognerebbe aggiungere decine o centinaia di nuove condizioni, con il rischio di creare un albero decisionale enorme, difficile da leggere, aggiornare e mantenere coerente.

Con l'arrivo del machine learning il paradigma cambia. Non è più necessario che un gruppo di esperti scriva tutte le regole in anticipo: basta fornire al computer una grande quantità di dati storici. L'algoritmo analizza i dati e costruisce da solo le regole più efficaci per distinguere i casi. In questo modo, il sistema "impara dall'esperienza" senza che sia necessario programmare ogni singolo passaggio.

Gli alberi decisionali

Immagina di essere un giovane medico al pronto soccorso. È un sabato sera e arrivano diversi pazienti lamentando un dolore al petto. Il tuo compito è attribuire a ciascuno un colore di priorità: verde se non c'è rischio immediato, rosso se c'è un rischio alto di infarto e serve intervenire subito.

Per decidere, hai a disposizione uno storico di dati su 100 pazienti arrivati in passato con gli stessi sintomi, con informazioni come:

  • Pressione minima nelle prime 24 ore
  • Età del paziente
  • Presenza o meno di tachicardia
  • Esito osservato (rischio alto / rischio non alto)

Un algoritmo di machine learning costruisce da solo l'albero decisionale più adatto per separare i due grupi. La differenza è cruciale: queste regole non sono scritte da un medico, ma estratte automaticamente dai dati.

Ottimizzazione delle decisioni

Dai dati osservi che dei tuoi 100 pazienti passati:

  • 65 pazienti non erano a rischio
  • 35 pazienti invece lo erano

Se non avessi il tempo di fare domande, potresti decidere di assegnare a tutti il colore verde. In questo modo indovineresti 65 volte su 100, ma sbaglieresti 35 volte: il tuo "errore iniziale" sarebbe del 35%.

Ora però decidi di migliorare la tua previsione ponendo una prima domanda chiave: "La pressione minima nelle prime 24 ore è inferiore a 91?"

  • Nel gruppo con pressione bassa (40 persone), quasi tutti erano non a rischio: 38 casi corretti e solo 2 errori
  • Nel gruppo con pressione alta (60 persone), la maggioranza era a rischio: 33 su 60

Risultato: gli errori totali si riducono da 35 a 29 → la tua decisione diventa più precisa.

Ma non ti fermi: per i pazienti con pressione alta, puoi raffinare la scelta facendo altre domande come l'età o la presenza di tachicardia.

Le altre tecniche di ML tradizionale

Gli alberi decisionali sono solo una delle tante tecniche che appartengono al mondo del machine learning tradizionale.

Regressione lineare e logistica

Sono i metodi più semplici e tra i più antichi. La regressione lineare serve per prevedere valori numerici (ad esempio, stimare la pressione sanguigna media in base all'età e al peso). La regressione logistica, invece, serve per classificare casi in due categorie (ad esempio: rischio sì/no).

Support Vector Machines (SVM)

Quando i dati sono più complessi e non basta una linea retta, le SVM costruiscono confini più sofisticati per separare le categorie. Sono molto utili in problemi come il riconoscimento di immagini o la classificazione di testi.

K-Nearest Neighbours (K-NN)

Questo metodo non costruisce regole generali, ma si basa sulla somiglianza. Per classificare un nuovo caso, guarda i "vicini" più simili nei dati storici: se la maggior parte dei vicini è a rischio, allora anche il nuovo paziente viene classificato come a rischio.

Naïve Bayes

È un metodo che si ispira alla probabilità. Funziona bene quando i dati hanno molte caratteristiche indipendenti tra loro. Ad esempio, viene usato spesso nei filtri antispam: guarda la probabilità che una parola ("gratis", "offerta", "clicca") compaia in una mail di spam o in una mail normale.

Ensemble methods: Random Forest e Gradient Boosting

A volte un singolo albero decisionale può essere troppo fragile o troppo specifico. Una soluzione è costruirne molti e combinarli:

  • La Random Forest crea tanti alberi diversi e poi prende la decisione con il voto di maggioranza
  • Il Gradient Boosting costruisce alberi uno dopo l'altro: ogni nuovo albero cerca di correggere gli errori del precedente

Questi metodi sono oggi tra i più usati nei problemi di classificazione e previsione su dati tabellari.

Conclusione

Questi metodi, insieme agli alberi decisionali, costituiscono la cassetta degli attrezzi tradizionale del machine learning e sono ancora oggi ampiamente utilizzati, soprattutto quando si lavora con dati strutturati e tabellari (righe e colonne).

Glossario
Machine Learning
Branca dell'IA che permette ai computer di imparare dai dati senza essere esplicitamente programmati
Albero decisionale
Modello che rappresenta decisioni attraverso una struttura ad albero di regole
Regressione
Tecnica per prevedere valori numerici continui
Classificazione
Processo di assegnazione di un'istanza a una categoria predefinita
Ensemble
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