Capire

Jev, un modello che non scrive una parola

TypeSafe AI ha rilasciato un'intelligenza artificiale che al posto del testo restituisce probabilità. Come funziona, che cosa promette e quali numeri reggono.

Pubblicato il 26 settembre 20267 minuti di lettura
Jev, un modello che non scrive una parola
JevTypeSafe AIcalibrazioneprobabilitàallucinazioniclassificazioneRLHFbenchmark
Questo tema nel libroParte I - Capire4 capitoli: apri la sintesi e leggi come iniziano

Questa parte ricostruisce da dove viene l’IA, come impara una macchina, come nascono i modelli di linguaggio e che cosa sta intorno al modello: fine-tuning, RAG, finestra di contesto, harness.

I capitoli di questa parte

  • Capitolo 1 · pagina 25Da dove viene l’IA che usi ogni giornoLa nascita dell’IA · Dove siamo oggi

    La chat che usi tutti i giorni nasce da una storia lunga settant’anni. Siamo nel 1950, l’epoca in cui i primi calcolatori entrano nei laboratori. Alan Turing, matematico inglese, si domandò se quelle macchine fossero in grado di pensare. Cercando la risposta si rese conto che il concetto stesso di “pensare” era difficile, se non impossibile, da definire. Cambiò allora prospettiva e concluse che il modo migliore per stabilire se una macchina pensa fosse una prova: se una persona, conversando con un calcolatore, non riesce a capire che sta parlando con una macchina, allora quella macchina ha superato il test. Sei anni dopo, a Dartmouth, John McCarthy diede un nome a quella che stava diventando una disciplina: “intelligenza artificiale, la scienza e l’ingegneria di creare macchine intelligenti”. Molti studiosi si dedicarono a quell’obiettivo, e in poco tempo si consolidarono due approcci diversi. Il primo diceva: scriviamo noi le regole, una per una, e la macchina le applica, come fa un programma tradizionale. Il secondo diceva: diamo alla macchina molti esempi e lasciamo che le regole se le ricavi da sola, con algoritmi ispirati ai neuroni del cervello. La prima strada diede presto risultati tangibili e sembrò la migliore, e lo rimase fino alla fine degli anni Ottanta. Poi, con il crescere della potenza di calcolo, con l’arrivo dei cosiddetti big data e grazie ad algoritmi sempre più raffinati, la seconda strada, quella delle reti neurali artificiali, ebbe la meglio. Nel 2012 una rete neurale profonda (deep neural network) vinse una gara di riconoscimento di immagini con un distacco che nessuno si aspettava. Negli anni seguenti arrivarono i modelli di linguaggio (i large language model), e il 30 novembre 2022 ChatGPT li mise a disposizione del grande pubblico, con una velocità di diffusione da record: oltre cento milioni di persone nei primi due mesi. Il capitolo racconta questa storia e si chiude con una panoramica di quello che l’IA sa fare oggi, dalle proteine alle auto senza conducente. Una cosa da tenere a mente per tutto il libro è la differenza fra le due strade: un programma tradizionale segue istruzioni scritte da qualcuno e dà sempre la stessa risposta; una rete neurale impara dai dati e risponde con la cosa probabilmente più giusta.

    Perché leggerlo: senza questa storia ogni annuncio sembra il primo, e non hai modo di pesarlo. È breve e si legge per intero in mezz’ora; per seguire il resto basta portarsi dietro la distinzione fra regole scritte a mano e regole ricavate dagli esempi, che torna in ogni capitolo.

  • Capitolo 2 · pagina 31Come impara una macchinaIA simbolica: i sistemi esperti · Machine learning: l’apprendimento dai dati · Machine learning tradizionale: la cassetta degli attrezzi · Deep learning: il salto di qualità · Reti neurali artificiali: architetture di base · Reti neurali artificiali: architetture avanzate

    Questo capitolo apre la macchina e racconta, un pezzo alla volta, come fa a imparare. La storia comincia dai sistemi esperti degli anni Sessanta e Settanta. Un esperto umano scriveva le regole, per esempio “se febbre e tosse, allora possibile influenza”, e un programma le applicava una dopo l’altra. Il metodo funzionava finché le regole erano poche; al primo caso che nessuno aveva previsto si rompeva. Il machine learning (l’apprendimento automatico) rovesciò il metodo: invece di scrivere le regole, si raccolgono molti esempi già risolti e si lascia che il programma trovi da solo le regolarità. Un albero decisionale, per esempio, impara da centinaia di pazienti quale domanda fare per prima per capire se un caso è urgente. Queste tecniche, insieme alle regressioni e alle foreste di alberi, decidono ancora oggi se concedere un prestito o come smistare la posta. Hanno però un limite: lavorano su caratteristiche dei dati che qualcuno ha già scelto per loro. Il deep learning fa il passo in più, perché la rete trova da sola che cosa guardare, ed è proprio quello che serve con le immagini, le frasi e i suoni. Per spiegare come, il capitolo parte dal neurone artificiale, il mattone di base delle reti: una somma pesata dei dati in ingresso, seguita da una piccola curva che si chiama funzione di attivazione. Mettendo insieme qualche neurone si ottiene una rete neurale, e con una rete di questo tipo il capitolo mostra come prevedere se uno studente supererà un esame a partire dai risultati di altri studenti prima di lui. Poi quella rete viene addestrata davvero: si parte con pesi scelti a caso, si misura l’errore e si correggono tutti i pesi insieme, un poco alla volta, per migliaia di giri, finché l’errore è il più piccolo possibile. Questo meccanismo, la discesa del gradiente con la backpropagation, è lo stesso che addestra i modelli da miliardi di parametri. Il capitolo si chiude con le quattro architetture che hanno reso possibile l’IA generativa: la diffusione, che impara a togliere il rumore da un’immagine; l’autoencoder, che comprime e ricostruisce; le GAN, due reti che si sfidano; e il Transformer, che con il meccanismo dell’attenzione legge tutte le parole di una frase insieme e decide quali contano per ciascuna.

    Perché leggerlo: è la parte che rende possibile tutto il resto. Senza sapere che cosa sono i pesi e come si addestrano, non è possibile capire davvero perché le risposte dei modelli possono essere sbagliate. Serve leggerlo tutto? No. Per seguire il libro bastano le sezioni sui sistemi esperti e sul machine learning tradizionale, più la sottosezione sul Transformer, in coda alla seconda sezione sulle reti neurali; il resto delle due sezioni sulle reti neurali, con i conti della rete a tre neuroni, si può saltare al primo giro e riprendere quando vorrai vedere come si arriva a quei numeri. Chi salta deve però almeno portarsi dietro tre parole e il loro significato: pesi, addestramento, attenzione.

  • Capitolo 3 · pagina 69I large language modelCome si addestra un modello di linguaggio · Grande non è sempre meglio: i modelli efficienti · Nuove tecniche per migliorare le capacità degli LLM · Chi fa gli LLM, e come li rilascia · Le architetture, in ordine di tempo

    I modelli di linguaggio, i large language model o LLM, sono l’intelligenza artificiale con cui hai a che fare tutti i giorni, e questo capitolo racconta come nascono e chi li costruisce. Un LLM è una rete neurale addestrata a fare una cosa sola: leggere un pezzo di testo e indovinare la parola che viene dopo. Sembra un compito modesto, ma per farlo bene la rete deve assorbire la grammatica, i fatti e i ragionamenti che stanno dietro le parole, ed è così che impara a rispondere, riassumere e tradurre. Tre grandezze decidono quanto un modello è bravo a prevedere la parola successiva: quanti parametri ha, cioè quanti pesi aggiusta mentre impara; quanto testo ha visto; quanto calcolo è servito per addestrarlo. Nel 2020 ci si accorse che l’errore cala in modo regolare quando le tre grandezze crescono. Sono le cosiddette leggi di scala, e da quella scoperta è partita la corsa a costruire modelli sempre più grandi. Il costo di addestramento, però, sale in fretta, e il capitolo racconta le strade che si stanno percorrendo per contenerlo: modelli più piccoli ma addestrati molto più a lungo, oppure pesi scritti con pochi bit, cioè numeri con meno decimali. Presenta poi due tecniche che negli ultimi anni hanno migliorato i risultati a parità di dimensioni: far scrivere al modello un ragionamento prima della risposta, che è l’idea dei modelli di ragionamento, e organizzarlo dentro come una squadra di specialisti che si attivano solo quando servono, la Mixture of Experts. Il capitolo si chiude con chi costruisce questi modelli e come li rilascia: a pesi chiusi, che restano sui server di chi li ha prodotti, oppure a pesi aperti, scaricabili e modificabili; e con quello che ciascun laboratorio ha scelto di vendere.

    Perché leggerlo: qui impari a capire le caratteristiche di un modello nuovo da solo, e ne esce uno al mese. La prima sezione, l’addestramento e le leggi di scala, aiuta a capire come mai leggiamo sui giornali tutti i giorni della corsa alla costruzione di data center sempre più grandi. La sezione sui laboratori si può attraversare in fretta e riprendere quando ti serve un nome.

  • Capitolo 4 · pagina 83Che cosa sta intorno al modelloAdattare un modello al proprio materiale · La finestra di contesto · Capienza e attenzione · L’harness: l’impianto attorno al modello

    Lo stesso modello, dentro due prodotti diversi, può dare risultati lontanissimi. La differenza la fa quello che gli sta intorno, e questo capitolo lo descrive dall’interno verso l’esterno. Un modello appena addestrato ha una conoscenza generale molto ampia, che viene dal materiale su cui è stato addestrato, ma non sa niente di te e del tuo lavoro. Per portarlo sul tuo materiale ci sono due strade. La prima è riaddestrarlo un poco, il fine-tuning: gli si mostrano esempi curati tratti dai tuoi documenti e il modello cambia il modo in cui si comporta, il tono, il formato, il vocabolario di un mestiere. La seconda è collegarlo ai tuoi documenti, la RAG: il modello resta com’è, ma quando arriva una domanda va a cercare nei tuoi file i pezzi che servono e li legge prima di rispondere. La regola per scegliere è semplice: si addestra per insegnare una forma, si dà un documento per aggiungere un fatto. Tutto quello che il modello legge prima di rispondere sta in uno spazio che si chiama finestra di contesto: le istruzioni, la conversazione fino a quel punto, gli allegati, i risultati delle ricerche. La finestra viene riletta per intero a ogni scambio ed è, in pratica, quanto il modello riesce a tenere a mente mentre lo usi. In tre anni la capienza è cresciuta enormemente: i primi modelli tenevano a mente un documento di poche pagine, quelli di oggi lavorano su testi di centinaia di pagine. Restano però dei limiti nella capacità di tenere l’attenzione su tutto quel materiale, e conviene conoscerli. Il capitolo si chiude con l’impianto completo, l’harness: il contesto, gli strumenti che il modello può usare, la memoria, il ciclo con cui rilegge quello che ha fatto e le istruzioni permanenti. Nessuna di queste cinque cose è il modello, e alcune non si comprano: le costruisci tu. È per questo che due persone con lo stesso abbonamento possono avere esperienze molto diverse.

    Perché leggerlo: è il capitolo che presenta tutte le componenti della IA che usiamo tutti i giorni. Ed è proprio utilizzando al meglio queste componenti che è possibile trarre i migliori risultati dalla IA. I capitoli successivi entrano nel dettaglio: la finestra di contesto torna nel capitolo sull’uso della chat, l’harness in quello sugli agenti, la RAG in quello sulla scelta di una soluzione. Va letto per intero; è breve, e la sezione sulla finestra di contesto è la più utile del libro per chi usa una chat tutti i giorni.

Il libro costruisce le basi in modo progressivo; gli articoli approfondiscono e aggiornano i singoli temi man mano che cambiano.

Arriva un'email al servizio clienti e qualcuno deve decidere dove mandarla: amministrazione, assistenza tecnica o vendite. Molte aziende oggi affidano questo passaggio a un modello linguistico. Gli passano l'email, gli chiedono di rispondere con una sola parola, e un programma legge quella parola e smista. Funziona quasi sempre. Ogni tanto però il modello risponde "Assistenza tecnica." con il punto finale, oppure aggiunge una frase di spiegazione, oppure si inventa una categoria che non esiste. E il programma che deve leggere la risposta si inceppa.

Jev, il modello che TypeSafe AI ha rilasciato il 15 settembre, alla stessa email risponde così:

tecnica 0,85 · fatturazione 0,08 · vendite 0,07 · confidenza 0,82

Non scrive nessuna parola. Restituisce tre probabilità e un numero che dice quanto il modello si fida della propria stima. L'esempio è quello pubblicato da The Register, tradotto.

Chi c'è dietro

TypeSafe AI è stata fondata nel 2024 da Diogo Almeida, Erik Gafni e Sasha Sheng. Almeida ha lavorato circa quattro anni in OpenAI su InstructGPT, ChatGPT e GPT-4, ed è il quarto dei venti autori dell'articolo del 2022 che ha descritto l'RLHF applicato ai modelli linguistici: il metodo con cui hanno imparato a seguire le istruzioni e, come ho raccontato parlando di sicofanzia, anche a compiacere chi le dà. L'azienda ha raccolto 40 milioni di dollari in un primo round guidato da DCVC. Jev per ora è in accesso anticipato: gli sviluppatori entrano da una lista d'attesa.

Come funziona

Un modello linguistico scrive un token alla volta. Sceglie il pezzo di parola più probabile, lo aggiunge a quelli già scritti e ricomincia. Una risposta di trecento token richiede trecento passaggi, e le tecniche che ne prevedono più d'uno insieme riducono il numero dei passaggi senza cambiare il principio. È il meccanismo che gli permette di scrivere qualunque cosa. È anche il motivo per cui è lento, e per cui la risposta può prendere forme che nessuno aveva previsto.

Jev rinuncia a scrivere. Lo sviluppatore gli passa uno stato, cioè un testo, i dati di un programma o un file strutturato, e una o più domande di cui ha fissato in anticipo le risposte possibili. Le domande sono di tre tipi:

  • Choice sceglie fra opzioni definite, fino a 255, e restituisce l'opzione scelta, una probabilità per ciascuna e la confidenza.
  • Score colloca lo stato su una scala da 2 a 10 livelli descritti a parole, per esempio da "richiesta banale" a "cliente pronto a disdire".
  • Noul risponde a una domanda sì o no e restituisce la probabilità del sì.

Tutte le risposte vengono calcolate insieme, in una sola passata. Da qui la velocità dichiarata: fra 70 e 500 millisecondi dall'invio della richiesta alla risposta. Anche il prezzo discende da questa scelta. L'ingresso costa 0,042 dollari per milione di token, e l'uscita non si paga, perché sono pochi numeri. Il listino, come ho scritto ad agosto, dice solo metà della spesa: l'altra metà sono i token che servono per finire il lavoro. Qui quelli in uscita sono quasi zero, e quelli in ingresso dipendono da quanto stato gli si passa.

Il modello è un transformer, la stessa architettura di base dei modelli linguistici, addestrato solo su dati sintetici con un metodo che TypeSafe chiama RLCD (Reinforcement Learning for Calibrated Decisions). L'obiettivo dell'addestramento è la calibrazione: quando Jev dice 80%, su cento risposte di quel tipo circa ottanta dovrebbero essere giuste, e a domande simili dovrebbe dare risposte simili.

TypeSafe chiama Jev un "System One Model", con un richiamo a Daniel Kahneman. Il Sistema 1 di Pensieri lenti e veloci è il pensiero rapido e intuitivo, quello che di solito si associa all'errore. La tesi dell'azienda è che le decisioni rapide si possano rendere più affidabili delle alternative, se il modello impara a dire quanto è sicuro.

"Non allucina": vero a metà

Diversi siti italiani hanno titolato su un'intelligenza artificiale che non allucina mai. La frase viene da TypeSafe, e in senso stretto è vera. Jev non può rispondere fuori dall'elenco che gli è stato dato, non può inventare una categoria e non produce risposte malformate. L'azienda dichiara zero errori di formato, ed è una conseguenza diretta del progetto.

Nei chatbot, però, allucinare vuol dire affermare con sicurezza una cosa falsa. E questo Jev può farlo. Può scegliere l'opzione sbagliata, leggere male i dati, assegnare il 90% a una risposta sbagliata. Cambia la forma dell'errore: al posto di una frase plausibile e falsa c'è una probabilità sbagliata. The Register e l'analista Anthony Maio hanno fatto la stessa osservazione.

C'è un secondo limite, più sottile. La calibrazione è una proprietà della media. Se Jev è ben calibrato, delle sue risposte all'80% ne saranno giuste otto su dieci, ma il numero non dice se quella che hai davanti è fra le otto o fra le due. Armin Ronacher, CTO di Earendil, l'ha detto in modo pratico a TechCrunch: se la risposta torna con il 50% di probabilità, forse è un lancio di moneta, e la scarta. Che cosa fare con l'incertezza lo decide chi costruisce il sistema.

I numeri, uno per uno

Velocità e costo. TypeSafe dichiara che Jev è da 40 a 200 volte più veloce dei modelli di frontiera sui compiti per cui è pensato, e nei suoi flussi di lavoro migliori arriva a 193,6 volte più veloce e 444,6 volte più economico. Nella dimostrazione più citata Jev gioca a Doom leggendo lo stato del gioco, e risponde in 0,114 secondi contro gli 8,566 di GPT-5.6 Terra. La stessa azienda avverte che questi risultati stanno sulla fascia alta dei guadagni reali e che li ha prodotti il suo team, quindi possono essere distorti.

Accuratezza. È il dato che i titoli hanno lasciato fuori. Nella valutazione interna di TypeSafe su quattro flussi di lavoro (incidenti di sicurezza, monitoraggio di agenti, fatture, servizio clienti), Jev concorda con le risposte di riferimento nel 67,8% dei casi. GPT "Sol" arriva al 74,1%, Claude Opus 5 al 73,1%. Le risposte di riferimento, poi, non vengono da casi verificati sul campo: sono la media di altri due modelli, GPT-6 Astra e Claude Fable 5.1. Sui dati dell'azienda stessa, dunque, Jev è molto più veloce, molto più economico e circa sei punti meno preciso dei migliori modelli linguistici.

I primi utenti. Secondo TechCrunch, Vercel ha sostituito un modello OpenAI con Jev e ha ottenuto risultati da 5 a 18 volte più rapidi e più accurati. Bryo AI l'ha provato per smistare le email aziendali: Gemini era un po' più accurato, ma costava da 10 a 20 volte di più. Mudholkar, che ha condotto la prova, ha scelto Jev per le probabilità, "l'unico che restituisce una probabilità vera".

Che cosa cambia per chi usa l'IA

Molti compiti che oggi affidiamo a un chatbot sono scelte chiuse: smistare una richiesta, classificare un documento, decidere se un'operazione è sospetta, stabilire quale modello deve gestire un lavoro. Per questi compiti, far scrivere una risposta e poi interpretarla è un giro lungo, costoso e fragile. Jev lo accorcia. E aggiunge una cosa che un testo non dà: la misura dell'incertezza.

Somiglia alla mossa che proponevo per l'IA alle prese con i numeri: il pezzo di lavoro che il modello linguistico fa male gli si toglie di mano e si affida a uno strumento costruito per quello.

Con quella misura si può fissare una soglia. Un ufficio che riceve cinquecento fatture al giorno lascia passare in automatico quelle che il modello classifica con probabilità sopra il 95%, e manda a una persona tutte le altre. La soglia si regola guardando gli errori, e la persona vede solo i casi dubbi. È un modo misurabile di decidere dove resta una persona nel loop, la domanda da cui partiva l'articolo su WarGames. Con un chatbot lo stesso schema richiede di chiedere al modello quanto è sicuro, e fidarsi di una risposta che è a sua volta testo generato.

I limiti restano. Jev non legge immagini, non scrive testo, funziona solo se le risposte possibili si conoscono in anticipo. Sull'architettura TypeSafe dice poco, e alcuni osservatori ipotizzano che poggi su un modello linguistico a pesi aperti: non è confermato.

Che cosa guardare nei prossimi mesi

Tre cose. Test indipendenti, fatti su casi con una risposta giusta verificata e non sulla media di altri modelli. La tenuta della calibrazione su dati reali, diversi da quelli sintetici dell'addestramento. E l'apertura dell'accesso, perché oggi i numeri li conoscono solo TypeSafe e chi è uscito dalla lista d'attesa.

Se questi test confermeranno anche solo una parte delle promesse, Jev avrà reso visibile una distinzione che l'entusiasmo per i chatbot aveva coperto. Scrivere una risposta e stimare una probabilità sono due lavori diversi, e il secondo serve più spesso di quanto sembri.


Articoli correlati su Libro Vivo IA

  1. Il prezzo al token è metà del conto
  2. LLM e numeri: come l'acqua e l'olio
  3. L'unica mossa vincente
  4. Quando l'intelligenza artificiale ti dà ragione per farti contento
  5. La predizione multi-token
Resta aggiornato

Un solo aggiornamento per articoli, eventi e nuove edizioni

Nuovi articoli sull'IA
Nuove edizioni del libro ed eventi