Come usare gli LLM

Il loop: quello che trasforma un modello in un agente

E perché nell'analisi, a differenza del codice, l'agente deve costruirsi da solo il proprio giudice

Pubblicato il 25 luglio 202610 minuti di lettura
Il loop: quello che trasforma un modello in un agente
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Questo tema nel libroParte II - Come usare gli LLM3 capitoli: apri la sintesi e leggi come iniziano

Questa parte spiega come ottenere quello che ti serve da una chat, cosa cambia quando il modello diventa un agente e come riconoscere i tre modi in cui un modello sbaglia: invenzione, compiacenza, errore di calcolo.

I capitoli di questa parte

  • Capitolo 5 · pagina 95Ottenere quello che ti servePrompt engineering: come parlare ai modelli · Quando la chat si satura · La memoria degli LLM · Come far sì che l’IA si ricordi di te

    Il modello non impara niente mentre gli parli: i suoi pesi sono stati fissati mesi prima e restano fermi per tutta la conversazione. Quello che separa una risposta generica da una calibrata su di te sta in ciò che gli metti davanti e nel modo in cui glielo chiedi. Il capitolo racconta le tre cose che dipendono da te, e alla terza dedica due sezioni. La prima è la richiesta. Dare al modello un ruolo, spiegargli il contesto, dirgli in che formato vuoi la risposta, che cosa deve fare e che cosa no, cambia il risultato più di un cambio di modello; e due o tre esempi di quello che intendi valgono più di una lunga spiegazione. La seconda è accorgersi quando una conversazione è diventata troppo lunga e il modello comincia a perdere lucidità: l’assistente chiede cose che gli avevi già detto, o contraddice una decisione presa poco prima. Succede perché i messaggi più vecchi sono usciti dalla finestra di contesto, e accanirsi rispiegando ogni volta l’errore non serve. Il rimedio è chiedergli un passaggio di consegne e ripartire in una chat nuova. La terza è la memoria. Un chatbot ricorda per cinque vie diverse: quello che ha imparato in addestramento, che è come il suo DNA; la conversazione che ha davanti; un profilo su di te che il prodotto gli passa all’inizio di ogni chat; i materiali di un progetto; e gli strumenti con cui va a cercare le informazioni che gli servono. Conoscere le caratteristiche e i limiti di questi cinque tipi di memoria cambia molto l’esperienza d’uso.

    Perché leggerlo: sono le competenze che rendono da subito, su una chat qualunque, senza comprare niente, e sono il presupposto dei due capitoli che seguono. Leggilo per intero e con la chat aperta: ogni tecnica si prova in trenta secondi su una conversazione tua.

  • Capitolo 6 · pagina 103Dall’assistente all’agenteChe cosa si intende per “Agentic AI” · I quattro pilastri dell’Agentic AI · Sfide dell’Agentic AI: autonomia, sicurezza e responsabilità · Controllare gli agenti: architetture, limiti e supervisione · Dagli agenti episodici agli agenti long-running · L’attenzione come risorsa scarsa: i sistemi multi-agente · Chi costruisce gli agenti, e con quale idea

    Un agente fa la cosa di cui un modello ti parla soltanto. Se chiedi a un modello un’email di ringraziamento, ottieni il testo; se la chiedi a un agente, ti apre la posta, compila il destinatario e la manda. Il capitolo spiega che cosa permette al modello di avere questa autonomia e come si tiene sotto controllo. Il meccanismo è più semplice di quanto il marketing lasci intendere: un agente è un modello che usa strumenti dentro un ciclo. Riceve un obiettivo, compie un’azione, legge il risultato, decide la mossa successiva, e si ferma quando l’obiettivo è raggiunto o quando finiscono i tentativi. Quattro cose distinguono un vero agente da una chat con qualche funzione in più: una memoria che dura oltre la singola conversazione, la capacità di pianificare una sequenza di passi, l’uso di strumenti esterni e un’autonomia controllata, cioè confini entro cui può agire da solo e punti in cui deve chiedere. C’è però un’avvertenza. Gli agenti rendono dove qualcuno può giudicare ogni passo, come i test nel codice; altrove gli errori si accumulano in silenzio, e un passo sbagliato diventa la premessa di quello dopo. Per questo il controllo si distribuisce su quattro livelli, dai dati a cui l’agente può accedere fino alla persona che approva. Il capitolo si chiude con due frontiere: gli agenti che lavorano per giorni, che hanno bisogno di una memoria del lavoro in corso che i prodotti di oggi ancora non danno, e i sistemi in cui più agenti si dividono il compito, perché l’attenzione di uno solo non basta.

    Perché leggerlo: la delega a un agente è una delle cose che il libro promette di farti saper fare, e questo capitolo dice che cosa stai delegando quando la fai. Le sezioni sul ciclo, sui quattro pilastri, sulle sfide e sul controllo servono per seguire il capitolo sul ridisegno del lavoro. Le due sull’orizzonte, gli agenti che lavorano per giorni e i sistemi di più agenti, si possono rimandare senza perdere il filo; l’ultima, su chi li costruisce, si legge quando ti serve un nome.

  • Capitolo 7 · pagina 117Quando il modello sbagliaQuando l’IA inventa: il problema delle allucinazioni · Quando l’IA ti dà ragione: la sicofanzia · Quando l’IA fa i conti: un problema di significato

    Una risposta sbagliata arriva con lo stesso tono di una giusta, nella stessa forma ordinata, nello stesso mezzo secondo. Non c’è un’esitazione che la distingua: te ne accorgi dopo, quando qualcuno controlla un numero o apre una fonte che non esiste. Il capitolo racconta tre modi in cui un modello può sbagliare. Si somigliano nell’aspetto, ma richiedono controlli diversi. Il primo è l’invenzione: il modello afferma qualcosa che non esiste, una sentenza, un articolo di legge, una citazione. Succede perché il modello non consulta un archivio: prevede la continuazione più probabile del testo, e quando su un argomento ha visto poco produce qualcosa che ha l’aspetto di un fatto. Il rischio sale in quattro situazioni riconoscibili: i riferimenti, i fatti rari, i numeri che nessuno ha mai pubblicato e il dettaglio falso dentro una risposta per il resto giusta. Il secondo è la compiacenza: il modello ti dà ragione anche quando hai torto, perché ha imparato che la risposta compiacente è quella che preferisci. Nasce dall’addestramento, dove le persone premiano le risposte in linea con le loro aspettative, e continua nell’uso; per questo “sei sicuro?” è il controllo meno affidabile di tutti. Il terzo è l’errore di calcolo: i dati sono veri e l’operazione è sbagliata, per esempio somma le percentuali o fa la media delle medie, e un numero sbagliato ha la stessa faccia di uno giusto. Per ciascuno dei tre il capitolo dà un controllo che costa poco: verificare che la fonte esista prima di leggere che cosa dice, e chiedere se un numero è un dato o una stima; far difendere al modello la sua risposta prima di cambiarla; far scrivere il calcolo in una forma che si possa rieseguire. La regola generale è una sola: il tono con cui il modello risponde non dice niente sulla sua accuratezza.

    Perché leggerlo: è il capitolo della seconda promessa, e il più utile da solo: vale per la chat, per l’agente e per qualunque sistema della parte aziendale. Va letto tutto, e le tre sezioni in ordine, perché il controllo istintivo contro il primo errore innesca il secondo. Se di questo libro leggi tre capitoli, questo è uno dei tre.

Il libro costruisce le basi in modo progressivo; gli articoli approfondiscono e aggiornano i singoli temi man mano che cambiano.

E perché nell'analisi, a differenza del codice, l'agente deve costruirsi da solo il proprio giudice

Chiedi a un assistente IA quanto vale un certo mercato in Italia. Un chatbot fa una cosa sola: pesca dalla sua conoscenza, o da una ricerca veloce, e ti dà un numero. Un agente di ricerca fa qualcosa di diverso. Cerca, e trova tre numeri che non coincidono. Invece di sceglierne uno, prende nota della contraddizione - e la contraddizione diventa la sua prossima domanda. Risale alle fonti, scopre che due studi usano definizioni diverse di "mercato", va a cercare il dato originale, ricontrolla, e solo quando il quadro regge si ferma e ti risponde. Con il numero giusto, e con la spiegazione del perché gli altri due erano fuorvianti.

Cosa è successo tra la domanda e la risposta? Non è intervenuto un modello più intelligente. È intervenuto un ciclo: cerca, osserva cosa hai trovato, valuta cosa manca o cosa non torna, cerca ancora. In inglese lo chiamano loop, e la mia tesi è semplice: il loop, non il modello, è ciò che trasforma un sistema che risponde in un sistema che indaga. Se capisci il loop, capisci gli agenti. E capisci anche dove possono tradirti.

Un modello in un ciclo

Della Agentic AI come nuovo paradigma ho già scritto qui: un assistente che non si limita a rispondere ma agisce, usa strumenti, pianifica passi. Qui voglio isolare il meccanismo che sta al centro di tutto, perché è più semplice di quanto il marketing lasci intendere.

Tra chi costruisce questi sistemi la definizione si è ormai assestata, con una convergenza rara in un campo dove le parole cambiano significato ogni sei mesi. Simon Willison, una delle voci tecniche più seguite, l'ha messa in una riga: "un agente LLM esegue strumenti in un ciclo per raggiungere un obiettivo". Anthropic, nel suo articolo di riferimento su come costruire agenti efficaci, usa quasi le stesse parole: gli agenti "sono tipicamente solo LLM che usano strumenti sulla base del feedback dell'ambiente, in un ciclo". Solo. Il modello dentro l'agente è spesso lo stesso identico modello che usi in chat. Cambia l'architettura attorno.

Il ciclo ha quattro elementi, e conviene nominarli perché torneranno tutti. Un obiettivo: cosa va raggiunto. Delle azioni: cercare sul web, leggere un documento, interrogare una banca dati, eseguire un calcolo. Un'osservazione: il risultato dell'azione torna al modello, che lo legge e decide la mossa successiva. E un criterio di arresto: la condizione che chiude il ciclo - obiettivo raggiunto, oppure limite di tentativi, di tempo, di budget. Senza l'ultimo elemento non hai un agente: hai un processo che gira a vuoto.

Un'idea vecchia di ottant'anni

Il loop non l'ha inventato nessun laboratorio di IA negli ultimi anni. È una delle idee più antiche e feconde del pensiero sistemico. Norbert Wiener la mise al centro della cibernetica nel 1948: i sistemi che si autoregolano lo fanno attraverso la retroazione, il feedback - osservano l'effetto delle proprie azioni e correggono la rotta. Il termostato di casa è un loop: misura, confronta con l'obiettivo, agisce, rimisura. Negli anni Settanta il colonnello John Boyd, studiando i duelli aerei, formalizzò il ciclo OODA - osserva, orientati, decidi, agisci - diventato poi un classico della teoria delle decisioni sotto incertezza. E la robotica ha costruito per decenni su varianti dello schema percepisci-pianifica-agisci.

Cosa c'è di nuovo, allora? Una cosa sola, ma grossa. In tutti quei sistemi, il "cervello" dentro il ciclo era rigido: il termostato confronta due numeri, il robot segue regole scritte da un programmatore. Oggi, per la prima volta, dentro il ciclo c'è un componente che capisce il linguaggio - e che quindi può leggere un documento trovato per strada, accorgersi che contraddice un altro documento, e riformulare da solo la domanda successiva. Il feedback non è più un segnale numerico: è testo, con tutta la ricchezza e l'ambiguità del testo. È questo che permette al loop di affrontare problemi aperti, dove i passi necessari non si possono prevedere in anticipo.

Il codice ha un giudice, l'analisi no

Gli agenti hanno funzionato prima di tutto nella programmazione, e non è un caso. Un agente di coding che deve sistemare un errore lancia i test, li vede fallire, modifica il codice, li rilancia, e ripete finché non passano. Il punto non è che il modello sia particolarmente bravo col codice: è che il codice offre al loop un giudice oggettivo. I test passano o non passano. Il compilatore non ha opinioni, non si fa convincere, non si stanca. Ogni giro del ciclo riceve un verdetto esterno, gratuito e affidabile. Anthropic lo dice esplicitamente: il software è il dominio ideale per gli agenti proprio perché "le soluzioni sono verificabili attraverso test automatici".

Ora sposta lo stesso meccanismo sull'analisi - una ricerca di mercato, un'istruttoria, un approfondimento su un tema. Il giudice sparisce. Non esiste un test che "passa" quando la tua stima del mercato è giusta, non c'è un compilatore che rifiuta una conclusione sbagliata. E qui sta il punto concettuale che mi interessa fissare, perché è la vera differenza tra agenti che analizzano e agenti che programmano: nell'analisi, l'agente deve costruirsi da solo il proprio giudice.

Con cosa lo costruisce? Con segnali che deve andarsi a cercare. La contraddizione tra fonti, come nell'esempio in apertura: due numeri che non coincidono sono un test fallito, e il bravo agente li tratta esattamente così. La copertura della domanda: ho risposto a tutti i pezzi, o ho lasciato buchi? La coerenza interna dei numeri: se il segmento A più il segmento B superano il totale dichiarato, qualcosa non va. La qualità delle fonti: sto citando il dato originale o la terza rimasticatura di un comunicato stampa? Anthropic, raccontando come ha costruito il proprio sistema di ricerca multi-agente, descrive proprio questo: agenti istruiti a partire larghi e poi restringere, a valutare la qualità di ogni risultato dopo averlo letto, a identificare i buchi prima di decidere la ricerca successiva. E per valutare i rapporti finali usa una griglia che è, in sostanza, il giudice artificiale di cui parlo: accuratezza dei fatti rispetto alle fonti, corrispondenza tra citazioni e affermazioni, completezza, qualità delle fonti primarie.

La domanda che tiene in piedi tutto il ciclo, nell'analisi, è una: cosa mi smentirebbe? Un agente di analisi ben costruito se la pone a ogni giro. Uno costruito male non se la pone mai - e converge veloce e sicuro verso una risposta ben scritta.

La potenza: ogni giro scava dove il precedente non tornava

Quando il meccanismo funziona, il risultato assomiglia molto al lavoro di un analista esperto. Nessun analista serio scrive il rapporto di getto: fa un primo passaggio largo, vede cosa regge e cosa no, e torna a scavare esattamente dove non tornava. Il loop automatizza questa spirale. Il primo giro produce una mappa grossolana e piena di difetti; i difetti del primo giro diventano il programma di lavoro del secondo; e così via, restringendo. La risposta imperfetta non è uno scarto: è l'input del giro successivo.

C'è anche un guadagno più sottile. Un modello che risponde in un colpo solo non può accorgersi di aver sbagliato, per costruzione: produce la risposta e ha finito. Un modello in loop vede il risultato delle proprie azioni, e quindi ha almeno la possibilità di correggersi. È la stessa differenza che passa tra lo studente che consegna il compito di getto e quello che lo ricontrolla: non è più intelligente, ha solo un processo migliore.

La debolezza: coerente non vuol dire vero

E ora la parte che gli articoli entusiasti saltano, cioè il motivo per cui non affiderei mai un'analisi a un agente senza controllarla.

Primo: senza giudice oggettivo, il loop può convergere su una narrazione coerente ma sbagliata. Il criterio di arresto dell'agente di analisi è, in ultima istanza, "tutto torna". Ma "tutto torna" può accadere per la ragione sbagliata: magari le tre fonti che confermano il dato si stanno copiando a vicenda, e la convergenza che l'agente scambia per solidità è solo l'eco di un'unica fonte originaria - magari sbagliata. La coerenza interna non è verità. Nel codice questo scenario è quasi impossibile, perché i test ancorano il loop alla realtà; nell'analisi non c'è àncora, se non quella che il processo si costruisce.

Secondo: gli errori si accumulano. Prendi un agente che a ogni passo ha il 95% di probabilità di fare la mossa giusta - una percentuale generosa. Dopo venti passi, la probabilità che tutti i passi siano stati corretti scende sotto il 36%: quasi due volte su tre, da qualche parte nella catena c'è almeno un errore. Nel coding il test lo intercetta al giro successivo. Nell'analisi, un errore di definizione commesso al secondo giro - "mercato" inteso in senso largo invece che stretto - inquina silenziosamente tutti i giri che seguono, e nessun allarme suona. Anthropic, parlando dei propri sistemi in produzione, usa una formula che vale la pena ricordare: "gli agenti mantengono uno stato e gli errori si compongono" - un passo storto può portare l'intera traiettoria altrove.

Terzo, e lo dico per esperienza diretta: il punto in cui il cedimento si vede meglio sono le citazioni. Lavorando ai miei testi ho preso l'abitudine di verificare una per una le fonti che gli assistenti mi propongono - autori, titoli, DOI, link. Una parte non trascurabile non regge il controllo: articoli mai esistiti, autori giusti su titoli sbagliati, link che puntano altrove. Un agente in loop, se non ha un passo esplicito di verifica delle fonti, non si limita a inventare una citazione: ci costruisce sopra i giri successivi. L'errore non resta locale, diventa fondamenta.

C'è infine un rischio più sottile, imparentato con la sicofanzia di cui ho già scritto: se la domanda che dai all'agente contiene già la risposta che speri ("conferma che il mercato X è in crescita"), il loop può orientare le ricerche a confermarla. Un ciclo che parte inclinato non si raddrizza da solo: si avvita. La qualità della domanda iniziale, nell'analisi agentica, non è un dettaglio di forma - è il primo parametro del sistema.

Il mestiere si sposta: disegnare il loop

Tiro le fila. Se l'agente è un modello in un ciclo, allora il lavoro di chi usa gli agenti per analisi non è più scrivere il rapporto: è disegnare il ciclo. Quattro scelte concrete.

La domanda, formulata in modo che non contenga già la risposta, e con il perimetro esplicito: cosa intendo per "mercato", quale geografia, quale periodo. Ogni ambiguità lasciata aperta è un errore di definizione che l'agente commetterà al posto tuo, al secondo giro, in silenzio.

Il criterio di arresto: quando il lavoro è "abbastanza"? Quante fonti indipendenti servono per considerare solido un dato? Un limite di giri e di budget c'è comunque - ogni giro riempie la finestra di contesto e costa, un tema che ho trattato parlando della risorsa scarsa dell'IA, l'attenzione - tanto vale deciderlo tu invece di subirlo.

Il passo di verifica, dentro il loop e non dopo: chiedere esplicitamente all'agente di cercare cosa smentisce la conclusione, di controllare che le citazioni esistano, di segnalare quando più fonti derivano dalla stessa origine. È il pezzo di giudice che puoi installare tu.

E il checkpoint umano, che nell'analisi non è un vezzo prudenziale: è il vero test finale. Nel coding guardi se i test passano; nell'analisi verifichi le fonti a campione e sfidi la conclusione - "cosa dovrebbe essere vero perché questo numero sia giusto?". Se non regge alla domanda, il loop deve ripartire.

Gli agenti che analizzano per noi sono già qui e diventeranno rapidamente normali - così come sta emergendo la generazione successiva, quella degli agenti che portano avanti il lavoro nel tempo. Il modo sbagliato di usarli è trattarli come oracoli che restituiscono rapporti finiti. Il modo giusto è trattarli per quello che sono: cicli di indagine molto veloci e molto instancabili, che ereditano la qualità del disegno che gli dai - e che, in mancanza di un giudice esterno, hanno bisogno che il giudice ultimo resti tu.


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Glossario
Loop (ciclo agentico)
Sequenza ripetuta di azione, osservazione e valutazione con cui un agente si avvicina a un obiettivo fino a un criterio di arresto.
Criterio di arresto
La condizione che chiude il ciclo: obiettivo raggiunto, limite di tentativi, di tempo o di budget.
Ciclo OODA
Schema decisionale (osserva, orientati, decidi, agisci) formalizzato da John Boyd negli anni Settanta.
Retroazione (feedback)
Meccanismo per cui l'effetto di un'azione torna al sistema e ne corregge la rotta; centrale nella cibernetica di Wiener.
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