Verso l’uso aziendale

Vincere mollando la presa

Perché Anthropic ha regalato la sua invenzione più riuscita - ed era l'unico modo per farla vincere

Pubblicato il 6 giugno 202610 minuti di lettura
Vincere mollando la presa
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Questo tema nel libroParte III - Verso l’uso aziendale2 capitoli: apri la sintesi e leggi come iniziano

Questa parte accompagna verso l’uso in un’organizzazione: le tre domande per scegliere e governare una soluzione, e il metodo per smontare un processo in attività e decidere quali delegare, con i processi reali seguiti passo per passo.

I capitoli di questa parte

  • Capitolo 8 · pagina 127Scegliere e governare una soluzioneLa prima domanda: cosa deve fare davvero il sistema? · La seconda domanda: quali dati servono e come gestirli? · La terza domanda: dove far girare il modello? · Che cosa c’è sul mercato · Governare e integrare il sistema

    Le competenze della parte precedente bastano a chi lavora da solo. Quando la scelta la fa un’organizzazione per tutti, le domande cambiano: con quali dati, con quale budget, con quali responsabilità. Il capitolo le ordina in tre, da prendere in sequenza, perché ognuna restringe quella dopo. La prima domanda è che cosa deve fare davvero il sistema. Gli usi sono di quattro tipi, produrre contenuti, rispondere su documenti che esistono già, automatizzare un processo, tenere una relazione nel tempo, e uno strumento buono per il primo può essere inadatto al terzo. La seconda domanda è quali dati servono e dove stanno. Un modello non conosce i dati della tua organizzazione, e usarli non vuol dire caricarli dentro il modello: si collegano, come hai visto con la RAG, e la scelta di dove i dati passano incide sull’architettura, sui costi e sui rischi. La terza domanda è dove far girare il modello. I livelli sono quattro: la chat personale, dove i tuoi dati vanno sui server del fornitore; la stessa chat comprata dall’organizzazione con un contratto; un’applicazione costruita sulle API; il modello installato in casa, quando i dati non possono uscire. A ogni gradino cresce quello che decidi e quello di cui rispondi. Il conto ha cinque voci, e il listino ne dice una sola. Il capitolo si chiude con quello che nessuna architettura risolve da sola: il mercato italiano, con molte licenze e poca governance; la responsabilità, che non si delega al modello; e il modo di misurare se un sistema funziona, con un banco di prova fatto di casi veri del proprio lavoro e un’autonomia che si allarga un gradino alla volta.

    Perché leggerlo: dipende da dove lavori. Se lavori da solo ti servono la seconda e la terza domanda, i dati e i quattro livelli, perché decidono dove finisce quello che incolli in una chat, e il resto lo puoi attraversare. Se il tuo compito è scegliere per un’organizzazione, leggilo per intero: la sezione su come si misura se funziona separa i progetti che reggono da quelli che si spengono dopo il pilota. Il capitolo che segue lo presuppone in un punto solo: il perimetro dei dati decide lo strumento.

  • Capitolo 9 · pagina 139Ridisegnare il proprio lavoroUsare e riprogettare · Smontare il processo in attività · Quali attività reggono la delega · Che cosa misuri · Chi verifica, e che cosa · I dati che non escono · Quando l’errore arriva · Il processo non è solo tuo · Delegare a un agente · Quattro processi smontati · Quello che resta tuo

    Un lavoro non si delega. Si delegano le attività che lo compongono, una alla volta, e ognuna ha un prezzo da pagare in controlli. Il capitolo serve a fare quel conto su un processo tuo. Il metodo comincia dallo smontare il processo in attività, ciascuna con un ingresso, un’uscita e un momento in cui è finita. Per ognuna si compilano sei righe: che cosa entra, che cosa esce, quanto dura, come si capisce che è venuta bene, che cosa succede se viene male e nessuno se ne accorge, chi risponde del risultato. Poi ogni attività si classifica con due domande, e la difficoltà non c’entra: quanto costa verificare il risultato, e che fine fa un errore che ha superato i controlli. Ne escono quattro casi, dalla delega piena all’attività che resta tua. Il capitolo dice poi che cosa misurare, a partire da quanto ci mettevi prima, che quasi nessuno sa; come si progetta la verifica, che è un’attività con un nome, una durata e una persona, e perché la buona volontà si consuma; quali dati non escono dal tuo perimetro; che cosa fare quando l’errore arriva, perché arriverà; con chi va concordato il cambiamento; e che cosa cambia quando deleghi a un agente una catena di passi invece di uno solo. Seguono quattro processi smontati per esteso: una nota su un fascicolo di duecento pagine, un’analisi di mercato con fonti esterne, l’adeguamento delle procedure interne a una norma nuova e il lavoro con cui è fatto questo libro. In tutti e quattro la delega si concentra sulle stesse attività, ricostruire, cercare, fare una prima versione, e non tocca mai capire che cosa vuole chi ha chiesto, decidere e rispondere di quello che esce.

    Perché leggerlo: ti dà il metodo per usare la IA per efficientare delle attività, e ti spiega come e cosa delegare a un agente. Va letto tutto e in ordine; dei quattro casi puoi leggerne uno solo, quello che assomiglia di più al tuo lavoro, e tornare sugli altri dopo. Se hai poco tempo per tutto il libro, questo è il capitolo da leggere per intero.

Il libro costruisce le basi in modo progressivo; gli articoli approfondiscono e aggiornano i singoli temi man mano che cambiano.

Il regalo che non ti aspetti

Il 9 dicembre 2025 Anthropic, l'azienda che sviluppa Claude, ha preso una delle sue invenzioni più riuscite e l'ha regalata. Non venduta, non concessa in licenza: regalata. Il destinatario è la Linux Foundation, una fondazione senza scopo di lucro, la stessa che custodisce il cuore di Linux, Kubernetes e altri pilastri del software libero.

Nessuna causa persa, nessun obbligo di legge, nessun regolatore alle costole. L'hanno fatto apposta, con tanto di annuncio ufficiale. E questo in un'industria dove le aziende brevettano anche la forma degli angoli arrotondati delle icone.

Perché un'azienda regala la gallina dalle uova d'oro?

La cosa regalata, in trenta secondi

Si chiama Model Context Protocol - la sigla è MCP, e questa è l'unica volta che la leggerete qui. Da qui in avanti lo chiameremo per quello che è: la presa USB-C dell'intelligenza artificiale.

Prima del suo arrivo, collegare un'IA agli strumenti che usiamo davvero - la posta, l'agenda, l'archivio dei documenti, il gestionale dell'azienda - richiedeva un "cavo" costruito su misura per ogni coppia: quel modello con quel programma. Ogni cavo era diverso, ogni cavo si rompeva spesso. Dal novembre 2024 esiste una presa sola, uguale per tutti.

Sembra un dettaglio da ingegneri. È il motivo per cui nel 2026 l'IA ha smesso di essere un chatbot che risponde dentro una finestra e ha cominciato a fare cose: leggere i tuoi file, sistemare l'agenda, compilare una pratica. Le abbiamo dato le mani. La presa è il polso.

Per chi vuole aprire il cofano

Come si faceva prima. Ogni produttore aveva il suo sistema proprietario: i plugin di ChatGPT, il "function calling" definito su misura per ogni applicazione, connettori scritti a mano per ogni coppia modello-strumento. Con M modelli e N strumenti servivano M×N integrazioni, ognuna con la sua autenticazione, i suoi formati, la sua manutenzione. Ogni aggiornamento da una delle due parti rompeva qualcosa.

Come funziona ora. Architettura client-server: l'applicazione che ospita il modello fa da client; lo strumento o la fonte dati espone un "server" che dichiara in un formato standard cosa offre - funzioni invocabili, risorse, prompt predefiniti. Il modello scopre le capacità disponibili e le invoca con messaggi standardizzati (JSON-RPC), in locale o in remoto. Risultato: M+N integrazioni invece di M×N. Ogni modello e ogni strumento si collega alla presa una volta sola.

Il punto. Lo stesso server scritto per Claude funziona con ChatGPT o Gemini senza toccare una riga di codice. È questa intercambiabilità che ha reso razionale, per i concorrenti, adottare lo standard di un rivale.

Il paradosso degli standard

Uno standard è come una lingua: il suo valore dipende da quante persone la parlano. Un telefono che può chiamare solo altri tre telefoni non serve a niente; lo stesso telefono, dentro una rete mondiale, cambia la vita. Gli economisti lo chiamano effetto rete, e per gli standard è tutto.

Ma c'è un rovescio, ed è qui che la faccenda si fa interessante. Nessuna azienda seria adotta la lingua di proprietà di un rivale. Se Google avesse costruito i suoi prodotti su uno standard che Anthropic poteva modificare a piacimento - cambiare le regole, introdurre tariffe, favorire se stessa - si sarebbe consegnata al suo padrone. Nessun amministratore delegato firma una cosa del genere.

Da cui il paradosso: più uno standard è controllato da chi l'ha inventato, meno vale. Il controllo, che per qualsiasi altro prodotto è la fonte del profitto, per uno standard è veleno. L'unico modo per farlo vincere è mollarlo.

La storia si ripete

Non è una scoperta del 2025. La tecnologia ripete questo copione da quarant'anni, e il punteggio è impressionante.

La USB nacque negli anni Novanta da un consorzio guidato da Intel, che scelse di non chiedere royalties a chi la implementava. Per questo oggi trovate la stessa presa su miliardi di dispositivi di migliaia di produttori. Il suo rivale, FireWire di Apple, era tecnicamente superiore: più veloce, più elegante. Ma nel 1999 Apple decise di chiedere un dollaro di licenza per ogni porta installata. I produttori scapparono in massa verso la USB gratuita, e perfino Intel, che all'inizio aveva sostenuto FireWire, cambiò cavallo. Oggi FireWire è un ricordo per nostalgici.

E cosa ci guadagnava Intel, a regalare la presa? Niente dalla presa, tutto da ciò che la presa rendeva più appetibile. Intel vende processori: il suo profitto cresce se si vendono più PC, e negli anni Novanta collegare una stampante era un incubo che frenava tutto il mercato. USB ha tolto l'attrito, le periferiche si sono moltiplicate, i PC sono diventati più utili - e dentro ogni PC c'era un chip Intel. Regalò il connettore per vendere il contenuto.

Il PDF seguì la stessa parabola: formato proprietario di Adobe dal 1993, fu progressivamente aperto fino alla cessione completa come standard ISO nel 2008. Risultato: è il formato dei documenti del pianeta, e Adobe vende ancora gli strumenti migliori per lavorarci.

Android: Google lo rese open source nel 2008 per non lasciare il mercato mobile nelle mani di Apple. Oggi gira sulla grande maggioranza degli smartphone del mondo.

E il controesempio più famoso: Betamax di Sony, migliore del VHS secondo quasi tutti i tecnici dell'epoca, ma tenuto stretto, mentre JVC dava in licenza il VHS a chiunque. Sappiamo com'è finita.

Il pattern è sempre lo stesso: non vince lo standard migliore. Vince quello più aperto.

Tredici mesi

Torniamo al nostro protocollo. La cronologia è una partita a scacchi giocata in tredici mesi.

Novembre 2024: Anthropic lancia lo standard già aperto, codice pubblico, licenza libera. Niente brevetti da difendere, niente tariffe.

Marzo 2025: succede la cosa che non succede mai. OpenAI - il rivale più diretto, l'azienda con cui Anthropic si contende il mercato colpo su colpo - adotta lo standard. Il titolo di TechCrunch fotografa la stranezza: "OpenAI adotta lo standard del rivale Anthropic". Sam Altman lo annuncia come se niente fosse.

Aprile 2025: tocca a Google, per bocca di Demis Hassabis. Poi Microsoft, AWS, Cloudflare. In poco più di un anno, tutti i giganti che competono ferocemente tra loro parlano la stessa lingua - quella disegnata da uno di loro.

E non si sono limitati a parlarla: hanno contribuito a scriverla. A poche settimane dal lancio, ingegneri di Microsoft, GitHub e OpenAI lavoravano al codice del protocollo accanto a quelli di Anthropic. Il sistema di autenticazione che permette ai server remoti di funzionare in azienda l'ha costruito un ingegnere Microsoft; nel comitato che guida lo standard siede un ingegnere OpenAI, Nick Cooper, che ha descritto così il clima di quel lavoro: "Non mi incontro con Anthropic, mi incontro con David. Non mi incontro con Google, mi incontro con Che". La logica è da manuale: quando uno standard aperto minaccia di affermarsi, conviene più partecipare a definirlo che combatterlo. Creare uno standard concorrente avrebbe spaccato il mercato in due, e in una guerra di standard si può anche perdere.

Dicembre 2025: Anthropic dona il protocollo alla Linux Foundation, dentro una nuova fondazione co-fondata - altro dettaglio che sarebbe parso fantascienza due anni prima - insieme a OpenAI e Block. Al momento della donazione esistono più di 10.000 server pubblici basati sul protocollo e i kit per sviluppatori vengono scaricati 97 milioni di volte al mese.

Perché OpenAI e Google hanno accettato di costruire sulla presa disegnata da un concorrente? Perché era gratis dal primo giorno, e il costo di restarne fuori - rinunciare a un ecosistema di migliaia di integrazioni già pronte - superava di gran lunga il fastidio di usarla. Il regalo che ha vinto l'adozione non è quello di dicembre 2025: è quello del giorno del lancio, la rinuncia a brevetti e tariffe.

E allora a cosa serve la donazione, se i rivali erano già a bordo da mesi? A trattenerli. Perché un rischio restava, e cresceva col successo: lo standard era aperto, ma il timone era in mano a un concorrente - le evoluzioni, le priorità, i tempi li decideva Anthropic. Finché si trattava di un esperimento, pazienza. Ma quando l'intera industria ci ha costruito sopra, dipendere dal rivale è diventato il tallone scoperto, e l'incentivo a sfilarsi o a lanciare uno standard alternativo cresceva ogni mese. Nel frattempo, però, lavorava anche la forza opposta: ogni nuovo server rendeva lo standard più utile, ogni strumento compatibile rendeva più costoso abbandonarlo. Cedendo la proprietà a una fondazione neutrale, Anthropic toglie ai concorrenti l'unico buon motivo rimasto per andarsene, e rende l'adozione irreversibile.

Vista da vicino, infatti, la donazione non è solo una concessione: è anche ciò che gli stessi adottanti volevano. Nessuno accettava che un concorrente conservasse per sempre il controllo esclusivo di un'infrastruttura ormai comune - e non a caso OpenAI e Block sono co-fondatori della fondazione che la riceve. Anche qui esiste un precedente preciso: Kubernetes, il software che orchestra il cloud mondiale. Google lo creò, lo aprì e nel 2015 lo donò a una fondazione sotto lo stesso ombrello della Linux Foundation. Oggi Kubernetes non è di Google, ma l'intera industria del cloud parla la lingua che Google ha disegnato.

Il regalo, insomma, è avvenuto in due tempi: alla nascita la rinuncia al prezzo, alla fine la rinuncia alla proprietà. La prima vince la partita. La seconda impedisce la rivincita.

Cosa ci guadagna chi regala

Niente royalties, dunque. Allora cosa?

Tre cose, che valgono più delle royalties.

La prima: il mondo si cabla secondo il tuo disegno. Le scelte di fondo del protocollo - come si dichiarano gli strumenti, come si scambiano i messaggi, cosa può fare un'IA e come - le ha fatte Anthropic, e riflettono il modo in cui i suoi modelli lavorano. Tutti gli altri si adattano a una forma pensata da qualcun altro.

La seconda: chi scrive le regole le conosce meglio di tutti. Mentre i concorrenti imparano lo standard, chi l'ha creato è già due versioni avanti su come sfruttarlo.

La terza, la più sottile: quando il connettore diventa una commodity, il valore si sposta su quello che ci attacchi. Se ogni strumento si collega a ogni modello, la concorrenza si gioca tutta sulla qualità del modello. Anthropic ha trasformato la gara in "vinca il cervello migliore" - una gara in cui evidentemente è convinta di sapersela giocare.

C'è un precedente illustre, il più grande di tutti. Nel 1993 il CERN rilasciò le tecnologie del World Wide Web libere da royalties, per scelta di Tim Berners-Lee. Il web vinse contro i sistemi chiusi dell'epoca - i giardini recintati di AOL, il Minitel francese - non perché fosse migliore, ma perché non era di nessuno. I sistemi proprietari erano spesso più rifiniti. Sono tutti morti.

La lezione, fuori dalla tecnologia

La regola che emerge da questa storia vale ben oltre l'informatica: nelle piattaforme vince chi rinuncia al controllo al momento giusto. Tenere stretto un vantaggio è l'istinto naturale di chiunque ne abbia uno - aziende, istituzioni, persone. Ma quando il valore di una cosa dipende da quanti la usano, la presa che la protegge è la stessa che la soffoca.

Aprire, in questi casi, non è generosità. È la forma più ambiziosa di controllo: quella che non ha più bisogno di possedere, perché ha già deciso la forma del campo da gioco.

La prossima volta che un'IA vi sistema l'agenda, legge un contratto al posto vostro o prenota qualcosa parlando con un altro programma, ricordatevi che funziona grazie a una presa che il suo inventore ha regalato al mondo. A volte il modo più sicuro di perdere una cosa è tenerla stretta.

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