La Agentic AI segna una nuova fase nell'evoluzione dell'intelligenza artificiale, caratterizzata dal passaggio da sistemi che generano risposte a sistemi capaci di agire. Non si tratta solo di modelli linguistici più avanzati, ma di architetture in grado di comprendere un obiettivo, pianificare azioni, utilizzare strumenti esterni e portare a termine compiti complessi in modo autonomo ma supervisionato.
Questa evoluzione si inserisce in un percorso storico che va dai sistemi esperti al machine learning, fino ai Large Language Models. La fase agentica introduce un vero cambio di paradigma: l'IA non si limita più a spiegare cosa fare, ma inizia a farlo direttamente all'interno di processi digitali, e in prospettiva anche fisici.
Un sistema agentico si fonda su quattro pilastri: memoria, per mantenere continuità nel tempo; pianificazione, per gestire compiti multi-step; uso di strumenti, che rende possibile l'azione concreta; e autonomia controllata, che garantisce allineamento, sicurezza e responsabilità. Il valore dell'Agentic AI nasce dall'integrazione di queste capacità, non dalla semplice estensione dei modelli generativi.
L'aumento dell'autonomia amplifica anche i rischi. Sicurezza, trasparenza e responsabilità diventano centrali, rendendo necessari meccanismi di controllo multilivello: limitazione degli accessi, orchestrazione delle azioni, ambienti protetti, tracciabilità e supervisione umana. L'autonomia efficace è sempre vincolata da regole e governance chiare.
Sul piano organizzativo, la Agentic AI tende a ridefinire il lavoro intellettuale, favorendo modelli di collaborazione uomo-macchina. Gli agenti assumono il ruolo di esecutori avanzati di processi complessi, mentre alle persone restano la definizione degli obiettivi, il giudizio critico e la responsabilità finale. I principali attori globali dell'IA stanno convergendo su questo paradigma, indicando che l'agente è destinato a diventare la nuova interfaccia centrale tra esseri umani e sistemi digitali.
In sintesi, la Agentic AI non rappresenta l'indipendenza delle macchine, ma un'estensione controllata dell'azione umana. Il suo successo dipenderà dalla qualità delle architetture, delle regole di governo e dalla capacità di mantenere un equilibrio sostenibile tra autonomia tecnologica e controllo umano.
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Questo è l'articolo-pilastro del percorso sulla Agentic AI. Per passare dal quadro generale ai meccanismi concreti, puoi proseguire con il loop che trasforma un modello in un agente, la distinzione tra agenti episodici e long-running, il ruolo dell'attenzione nei sistemi multi-agente e le diverse forme di memoria. Sul piano dell'interoperabilità, MCP mostra perché gli standard aperti contano; sul piano dell'uso quotidiano, Claude Cowork rende visibile il passaggio dalla risposta all'azione.
1. Che cosa intendiamo per "Agentic AI"
Il termine agentic indica la capacità di un sistema di comportarsi come un agente, cioè come un'entità in grado di percepire un ambiente, ragionare sulle informazioni disponibili, prendere decisioni e agire per raggiungere un obiettivo. Il concetto di agente non è nuovo nella storia dell'intelligenza artificiale, ma per lungo tempo è rimasto confinato a sistemi specialistici o a modelli teorici. Ciò che rende attuale il tema della Agentic AI è l'integrazione di questa idea con i Large Language Models, che forniscono capacità di comprensione, pianificazione e astrazione senza precedenti.
Google DeepMind definisce un agente come "un sistema che osserva l'ambiente, ragiona sulle proprie percezioni, decide un'azione e la esegue per raggiungere un obiettivo" (DeepMind, 2024). Questa definizione evidenzia una sequenza chiara – osservazione, ragionamento, decisione e azione – che distingue un agente da un sistema puramente reattivo. Non si tratta semplicemente di rispondere a un input, ma di inserirlo in un ciclo continuo di percezione e intervento.
Una prospettiva più recente, sviluppata in ambito accademico, lega l'agentività in modo esplicito ai modelli linguistici. Nel loro ampio survey sugli LLM agents, Shen e colleghi descrivono gli agenti come "sistemi basati su Large Language Models che generano piani ed eseguono azioni autonomamente per completare compiti multi-step in ambienti digitali o fisici" (Xi et al., 2023). In questo quadro, il modello linguistico non è solo un generatore di testo, ma il motore cognitivo che consente di interpretare istruzioni complesse, scomporre obiettivi astratti e tradurli in sequenze operative.
Microsoft Research adotta una definizione ancora più orientata all'uso pratico, parlando di "sistemi di intelligenza artificiale capaci di pianificare, agire e interagire con ambienti digitali per portare a termine compiti complessi" (Huang et al., 2024). L'accento è posto sull'operatività: un agente non è valutato per la qualità delle risposte che produce, ma per la sua capacità di ottenere un risultato concreto all'interno di un processo.
Un contributo decisivo alla diffusione del concetto di Agentic AI è arrivato dalla ricerca di OpenAI con il paradigma ReAct, che formalizza l'integrazione fra ragionamento e azione. In questo approccio, il modello alterna fasi di riflessione interna a chiamate verso strumenti esterni, come software, API o ambienti di esecuzione, rendendo esplicito il legame tra il ragionamento e le azioni intraprese (Yao et al., 2022). È questa integrazione che consente ai modelli di uscire dal perimetro puramente testuale e di operare all'interno di sistemi reali.
Sul piano teorico, Hadfield-Menell e Hadfield propongono una visione ancora più rigorosa dell'agentività, definendola come la capacità di selezionare azioni sulla base di obiettivi interni, e non come semplice risposta a istruzioni esterne (Hadfield-Menell & Hadfield, 2018). Questa impostazione introduce un tema centrale per la Agentic AI: l'allineamento. Un agente non è tale solo perché agisce, ma perché agisce entro obiettivi, vincoli e meccanismi di supervisione esplicitamente definiti.
Da queste prospettive emerge una definizione condivisa: un agente è un sistema di intelligenza artificiale capace di comprendere un obiettivo, pianificare una sequenza di azioni, utilizzare strumenti esterni ed eseguire il compito in autonomia controllata, mantenendo l'essere umano come supervisore e responsabile ultimo.
2. Dalle risposte alle azioni: cosa cambia davvero
Un modello linguistico tradizionale è, per sua natura, un sistema reattivo. Funziona secondo una logica semplice: riceve un input, elabora una risposta e si ferma. Anche quando appare molto sofisticato, resta confinato all'istante presente della conversazione. Non possiede una visione d'insieme del compito, non conserva uno stato persistente del lavoro svolto, non prende iniziative se non esplicitamente sollecitato. È uno strumento potente, ma fondamentalmente passivo.
Un agente, invece, è progettato per agire. Quando riceve una richiesta, non si limita a produrre un testo, ma cerca di comprendere l'obiettivo sottostante. A partire da questo, scompone il problema in una serie di passaggi intermedi, decide quali strumenti utilizzare, valuta i risultati delle proprie azioni e, se necessario, corregge il percorso. L'elemento distintivo non è tanto l'intelligenza del singolo passo, quanto la capacità di mantenere una coerenza lungo l'intero processo.
La differenza diventa evidente se si osserva il comportamento dei due sistemi di fronte a un compito complesso. Un LLM può spiegare come svolgere un'analisi, descrivere una procedura o suggerire una soluzione. Un agente, invece, può eseguire quella procedura: raccogliere dati, trasformarli, utilizzare software esterni, produrre un risultato verificabile. In questo senso, il passaggio dalla generative AI alla Agentic AI segna il passaggio dalla produzione di contenuti alla produzione di risultati.
Un modo efficace per comprendere questa trasformazione è il paragone con il lavoro umano. Interrogare un modello linguistico è simile a chiedere un'informazione a un collega esperto: la risposta può essere brillante, ma resta confinata al momento della domanda. Lavorare con un agente, invece, assomiglia ad affidare un compito a un assistente operativo, che si fa carico dell'intero processo, dall'avvio alla consegna finale, mantenendo l'utente nel ruolo di supervisore.
Questo cambiamento modifica anche il rapporto tra essere umano e macchina. L'interazione non è più basata su una sequenza di domande e risposte, ma su una collaborazione orientata all'obiettivo. L'utente non chiede soltanto "come si fa", ma definisce "che cosa va fatto"; l'agente si occupa del "come", entro i limiti e i vincoli stabiliti. È in questo spostamento di responsabilità operativa che risiede la vera novità della Agentic AI.
3. I quattro pilastri della Agentic AI
La letteratura scientifica e le principali piattaforme di ricerca convergono nell'individuare alcuni elementi strutturali che distinguono un sistema realmente agentico da un semplice modello generativo arricchito di funzioni. Non basta, infatti, aggiungere uno strumento o una memoria esterna per parlare di Agentic AI. Ciò che definisce un agente è la combinazione coerente di quattro capacità fondamentali: memoria, pianificazione, utilizzo di strumenti e autonomia controllata.
Il primo pilastro è la memoria. Un agente deve essere in grado di mantenere informazioni nel tempo, non solo all'interno della finestra di contesto di una singola conversazione, ma anche attraverso forme di memoria persistente. Questo gli consente di ricordare lo stato di avanzamento di un compito, le decisioni già prese, i risultati intermedi e, in alcuni casi, le preferenze dell'utente o le caratteristiche di un processo. La memoria trasforma l'interazione episodica in un'esperienza continua, permettendo all'agente di costruire una comprensione progressiva del lavoro da svolgere.
Il secondo elemento è la pianificazione. Se tecniche come il chain-of-thought hanno reso più trasparente il ragionamento passo dopo passo dei modelli linguistici, la pianificazione introduce una dimensione ulteriore: la capacità di progettare una sequenza di azioni finalizzata a un obiettivo. Un agente non si limita a "pensare meglio", ma decide che cosa fare prima, che cosa dopo e come adattare il piano se incontra un ostacolo. Questa capacità è essenziale per gestire compiti multi-step, come l'analisi di documenti complessi, la preparazione di un report articolato o l'esecuzione di procedure amministrative strutturate.
Il terzo pilastro è l'utilizzo di strumenti esterni, spesso indicato come tool use. È in questo punto che l'Agentic AI diventa pienamente operativa. Gli agenti possono interagire con software, database, fogli di calcolo, ambienti di programmazione, servizi web e sistemi aziendali. Possono generare e modificare file, eseguire codice, interrogare API, compilare moduli o aggiornare documenti. Grazie a questa capacità, l'intelligenza artificiale esce dal dominio puramente linguistico ed entra nello spazio dell'azione concreta.
Infine, vi è l'autonomia controllata. Un agente non agisce in modo illimitato o incontrollato. Al contrario, opera entro confini ben definiti, stabiliti da regole, policy e meccanismi di supervisione umana. Può prendere iniziative, ma è progettato per chiedere conferma quando si avvicina a decisioni sensibili, per fermarsi di fronte a situazioni ambigue e per rendere tracciabili le proprie azioni. È questo equilibrio tra iniziativa e controllo a rendere possibile l'adozione degli agenti in contesti reali, professionali e istituzionali.
Questi quattro pilastri non agiscono in modo isolato, ma si rafforzano a vicenda. La memoria rende possibile una pianificazione coerente; la pianificazione guida l'uso degli strumenti; l'autonomia controllata garantisce che ogni azione rimanga allineata agli obiettivi umani. È dalla loro integrazione che nasce la vera Agentic AI.

Figura 1: Agentic AI
4. La tecnologia che ha reso possibile la fase agentica
La nascita della Agentic AI non è il risultato di una singola scoperta, ma della convergenza di più progressi tecnologici che hanno reso possibile il passaggio dal linguaggio all'azione.
Il primo progresso riguarda il miglioramento delle capacità di ragionamento dei modelli più recenti. Le nuove generazioni di modelli linguistici sono progettate per gestire processi articolati, che richiedono più passaggi, verifiche intermedie e correzioni iterative. Questo consente agli agenti di non limitarsi a una risposta immediata, ma di affrontare compiti complessi mantenendo una coerenza interna lungo l'intero processo. Il ragionamento non è più solo uno strumento per produrre spiegazioni, ma diventa la base per prendere decisioni operative.
Il secondo progresso è di natura architetturale. Intorno ai modelli linguistici stanno emergendo strutture agentiche che consentono di collegare il ragionamento alla capacità di agire. In queste architetture, il modello non opera in isolamento, ma è affiancato da componenti che gestiscono la pianificazione, la memoria, l'accesso agli strumenti e il controllo delle azioni. Piattaforme come quelle sviluppate da Microsoft, OpenAI e Google DeepMind mostrano come il modello linguistico possa essere integrato in un sistema più ampio, che funziona come una sorta di "sistema operativo intelligente" capace di coordinare attività complesse.
Il terzo elemento chiave è la maturazione del cosiddetto tool use. L'accesso a strumenti esterni, come ambienti di programmazione, database, servizi web o applicazioni aziendali, è diventato più standardizzato e sicuro. Le API sono più semplici da utilizzare, i permessi sono meglio definiti e l'integrazione con i sistemi esistenti è più controllata. Questo ha permesso agli agenti di interagire in modo affidabile con il software, trasformando le istruzioni linguistiche in azioni concrete. Il processo ricorda, per molti aspetti, ciò che è avvenuto con l'avvento degli smartphone, quando la diffusione delle app ha trasformato un dispositivo di comunicazione in un ecosistema operativo.
È dall'incontro di queste tre traiettorie – modelli più capaci di ragionare, architetture progettate per l'azione e strumenti più accessibili e governabili – che nasce la fase agentica dell'intelligenza artificiale. Non si tratta di un'evoluzione improvvisa, ma del risultato di una maturazione progressiva che ha reso possibile un nuovo modo di progettare il rapporto tra linguaggio, decisione e azione.
5. Esempi concreti di Agentic AI
Per comprendere davvero che cosa distingua un modello linguistico tradizionale da un agente, è utile osservare un esempio concreto. Un caso semplice ma particolarmente efficace è la richiesta di costruire un grafico. A prima vista può sembrare un compito banale, ma in realtà richiede una sequenza coordinata di azioni che un modello generativo puro non sarebbe in grado di eseguire autonomamente.
Quando l'utente formula una richiesta di questo tipo, l'agente non produce una spiegazione teorica, ma la interpreta come un obiettivo operativo. Identifica innanzitutto il risultato atteso, quindi decide quali strumenti utilizzare e in quale ordine. Se la richiesta prevede l'uso di dati ufficiali, l'agente individua una fonte affidabile, recupera i dati, ne verifica la coerenza e li converte in un formato adatto all'analisi.

Figura 2 – La richiesta dell'utente in modalità agente e la definizione dell'obiettivo operativo.
Una volta ottenuti i dati, l'agente passa alla fase di elaborazione. Avvia un ambiente di programmazione, genera automaticamente il codice necessario per costruire il grafico, esegue lo script e controlla che il risultato sia leggibile e coerente. Se emergono problemi, come etichette mancanti, valori anomali o una rappresentazione poco chiara, l'agente può correggere il codice e ripetere l'esecuzione fino a ottenere un output soddisfacente.

Figura 3 – Raccolta e normalizzazione dei dati ed esecuzione del codice Python
Il passaggio finale consiste nella consegna del risultato. L'agente salva il grafico in un formato utilizzabile, lo incorpora nella risposta e, se richiesto, fornisce anche un breve commento interpretativo sull'andamento osservato. L'intero processo, dalla raccolta dei dati alla produzione dell'output finale, viene gestito in modo autonomo, con l'utente che rimane nel ruolo di supervisore e validatore.

Figura 4 – Output finale del workflow agentico: grafico pronto per l'uso e verificabile.
Questo esempio riassume il cuore della Agentic AI. L'agente trasforma una richiesta generale in un progetto strutturato, suddivide il compito in fasi operative, utilizza strumenti esterni e restituisce un risultato concreto e controllabile. La conversazione non è più il fine dell'interazione, ma il mezzo attraverso cui viene avviato e guidato un processo di esecuzione.
6. Le nuove sfide della Agentic AI: autonomia, sicurezza e responsabilità
L'emergere di sistemi agentici introduce un insieme di sfide che va oltre quelle tradizionalmente associate all'intelligenza artificiale. Quando un modello si limita a generare risposte testuali, i rischi principali riguardano l'accuratezza delle informazioni, i bias o le implicazioni etiche dei contenuti prodotti. Nel momento in cui un sistema è in grado di agire, anche in modo circoscritto e supervisionato, il quadro cambia radicalmente. L'agente non influisce solo su ciò che comprendiamo, ma interviene direttamente su processi, decisioni operative e flussi di lavoro reali.
Una prima sfida riguarda l'autonomia e il suo allineamento agli obiettivi umani. Hadfield-Menell e Hadfield (2018) sottolineano come l'agentività richieda una definizione precisa degli obiettivi e dei limiti entro cui il sistema può operare. In assenza di vincoli chiari, un agente può amplificare errori iniziali, interpretare in modo eccessivamente letterale o creativo un'istruzione, oppure perseguire un obiettivo corretto con modalità non previste dal supervisore umano. Non si tratta di attribuire volontà alla macchina, ma di riconoscere che l'azione autonoma amplifica le conseguenze di una definizione imprecisa del compito.
Un secondo tema critico riguarda il bilanciamento tra ragionamento e azione. Il paradigma ReAct mostra come l'efficacia di un agente dipenda dalla capacità di alternare riflessione interna e intervento operativo (Yao et al., 2022). Questo equilibrio è fragile. Un agente che agisce troppo rapidamente può prendere iniziative premature; uno che riflette eccessivamente rischia di diventare inefficiente. Progettare sistemi che sappiano quando agire, quando fermarsi e quando chiedere conferma all'essere umano è una delle sfide centrali della ricerca attuale.
La questione della trasparenza assume una nuova complessità nei sistemi agentici. Anche quando un modello linguistico rende esplicito il proprio ragionamento, le azioni compiute da un agente generano una catena di effetti che non sempre è ricostruibile osservando il solo output testuale. Apertura di file, modifiche a documenti, chiamate a servizi esterni ed esecuzione di codice producono conseguenze che richiedono strumenti di auditabilità specifici. Per questo motivo, le discussioni più recenti sulla governance dell'IA insistono sulla necessità di logging, tracciabilità e possibilità di ricostruzione delle decisioni, soprattutto in contesti professionali e istituzionali (Benanti & Maffettone, 2025).
Un'ulteriore sfida riguarda la sicurezza operativa. La capacità degli agenti di utilizzare strumenti esterni amplia inevitabilmente la superficie di rischio. Un uso improprio di API, software aziendali o servizi online può avere conseguenze non intenzionali, che vanno dalla violazione di policy interne a errori operativi significativi. Per questo motivo, le architetture moderne introducono meccanismi di controllo multilivello, che limitano le azioni consentite e monitorano in tempo reale il comportamento dell'agente, come evidenziato anche nella documentazione di Microsoft Research sugli AI Agents (Huang et al., 2024).
Accanto ai rischi tecnici emerge una nuova forma di vulnerabilità: la possibilità di influenzare il comportamento dell'agente attraverso input malevoli o istruzioni ingannevoli. Il fenomeno della prompt injection, già noto nei modelli generativi, assume una rilevanza maggiore nei sistemi agentici, perché non si limita a produrre un testo inatteso, ma può indurre l'agente a eseguire azioni non autorizzate. La protezione da questi attacchi è oggi uno dei principali ambiti di sviluppo nella sicurezza dell'IA.
Infine, la Agentic AI solleva una questione più ampia di responsabilità distribuita. Le azioni di un agente sono il risultato dell'interazione tra modello, orchestratore, policy organizzative e supervisione umana. Questo rende necessario chiarire ruoli e responsabilità prima dell'adozione operativa: chi definisce gli obiettivi, chi autorizza le azioni, chi risponde delle conseguenze. La governance degli agenti non è solo un problema tecnologico, ma anche organizzativo e culturale.
In definitiva, la sfida centrale della Agentic AI consiste nel progettare sistemi che amplifichino la capacità umana senza sostituirla o indebolirla. L'autonomia non deve diventare indipendenza, e la capacità di agire deve rimanere ancorata a un quadro di responsabilità umana. È in questo equilibrio, delicato ma necessario, che si gioca il futuro dell'agentività nell'intelligenza artificiale.
7. Come si controllano gli agenti: architetture, limiti e supervisione umana
Se la caratteristica distintiva della Agentic AI è la capacità di agire in modo autonomo, la questione centrale diventa inevitabilmente il controllo. Un sistema che prende iniziative non può essere governato da un singolo meccanismo di sicurezza, perché l'agentività nasce dall'interazione di più componenti: ragionamento, pianificazione, memoria e utilizzo di strumenti. Il controllo deve quindi essere distribuito e operare su più livelli, prima, durante e dopo l'azione.
Un primo livello di controllo agisce a monte, prima ancora che l'agente inizi a operare. In questa fase, il tema centrale è l'accesso alle informazioni. La sicurezza e la privacy non dipendono tanto dall'agente in sé, quanto dall'ambiente in cui esso è inserito. Un sistema ben progettato deve impedire all'agente di accedere a dati che non gli sono consentiti, esattamente come avverrebbe per un collaboratore umano. Tecniche come l'anonimizzazione, il mascheramento dei dati sensibili, il filtraggio semantico e la pre-elaborazione dei documenti consentono di limitare l'esposizione delle informazioni, riducendo il rischio che l'agente operi su contenuti non autorizzati.
Il secondo livello di controllo riguarda il cuore dell'architettura agentica ed è rappresentato dall'orchestratore. Molti ricercatori e piattaforme industriali considerano l'orchestratore la componente chiave dei sistemi agentici moderni (Huang et al., 2024). Il suo ruolo è osservare l'agente dall'esterno, coordinandone le azioni e applicando le regole definite dall'organizzazione. L'orchestratore stabilisce quali strumenti possono essere utilizzati, in quali condizioni l'agente deve chiedere conferma all'utente e quando un'azione deve essere bloccata o interrotta. In questo senso, funziona come un supervisore operativo che traduce policy astratte in vincoli concreti.
Un terzo livello di controllo riguarda l'esecuzione delle azioni. Anche quando un agente prende decisioni autonome, la loro traduzione in operazioni reali deve avvenire all'interno di ambienti controllati. Meccanismi di autorizzazione, registrazione delle attività e isolamento operativo svolgono un ruolo essenziale. Il logging non è solo uno strumento tecnico, ma una condizione necessaria per la responsabilità e la fiducia: ogni azione compiuta dall'agente deve poter essere ricostruita, verificata e, se necessario, contestata. Questo principio è particolarmente rilevante nei contesti professionali e istituzionali, dove la tracciabilità delle decisioni è un requisito imprescindibile.
Un elemento complementare è rappresentato dall'uso di ambienti di esecuzione protetti, spesso indicati come sandbox. In una sandbox, l'agente può operare senza avere accesso diretto a sistemi critici o a dati sensibili. Le sue azioni producono effetti limitati e reversibili, riducendo il rischio di conseguenze indesiderate. Questo approccio, mutuato dalla sicurezza informatica, consente di sperimentare e testare comportamenti agentici prima di consentirne l'applicazione su sistemi reali.
Un ulteriore aspetto riguarda la scelta dei modelli e dell'infrastruttura. Le organizzazioni possono optare per agenti basati su modelli open-weight eseguiti in ambienti controllati, ottenendo un alto grado di controllo sui dati e sui processi, a fronte di una maggiore complessità tecnica. In alternativa, possono affidarsi a modelli gestiti in cloud, che non consentono di intervenire direttamente sui pesi del modello, ma offrono garanzie avanzate in termini di isolamento, crittografia e gestione della sicurezza. In entrambi i casi, il principio di fondo rimane invariato: l'autonomia dell'agente deve essere sempre accompagnata da meccanismi di controllo espliciti.
Al di sopra di tutti questi livelli rimane l'elemento più importante: l'essere umano. Le architetture agentiche moderne sono progettate secondo il principio del human-in-the-loop, che prevede l'intervento umano nei momenti critici del processo. L'agente può proporre soluzioni, eseguire operazioni e completare attività, ma l'essere umano conserva il potere di definire gli obiettivi, approvare le decisioni rilevanti e interrompere il sistema quando necessario. La supervisione non è un limite all'efficienza, ma la condizione che rende l'autonomia utile e sostenibile.
Il controllo degli agenti, quindi, non coincide con un singolo strumento o una singola regola. È un ecosistema che combina protezione dei dati, orchestrazione, autorizzazioni, monitoraggio continuo, trasparenza e responsabilità umana. Solo mantenendo questo equilibrio è possibile sfruttare appieno il potenziale della Agentic AI senza rinunciare alla sicurezza, alla fiducia e al controllo.
8. Competenze necessarie: una nuova alfabetizzazione per l'era degli agenti
L'introduzione della Agentic AI non richiede soltanto l'adozione di nuovi strumenti tecnologici, ma una trasformazione più profonda della cultura digitale. Così come l'avvento di internet ha imposto di imparare a cercare e valutare informazioni in modo critico, e come la diffusione dei social media ha reso necessaria una riflessione sulla gestione dell'identità digitale, la presenza di agenti intelligenti introduce una nuova forma di alfabetizzazione: la capacità di collaborare con sistemi che non si limitano a rispondere, ma agiscono con un certo grado di autonomia.
La prima competenza riguarda la definizione degli obiettivi. Un modello linguistico tradizionale può funzionare anche con richieste generiche; un agente, invece, richiede obiettivi chiari, confini espliciti e criteri di successo ben definiti. L'interazione non si esaurisce nella formulazione di una domanda, ma nella progettazione di un compito. Questo significa imparare a descrivere processi, non solo risultati, indicando vincoli, priorità e condizioni operative. La capacità di trasformare un'esigenza vaga in un obiettivo strutturato diventa una competenza centrale, che unisce chiarezza concettuale e capacità di progettazione.
Accanto alla definizione degli obiettivi, diventa centrale la capacità di supervisione critica. Poiché gli agenti eseguono azioni reali, l'utente deve imparare a valutare non solo la correttezza di un contenuto, ma la coerenza di un'intera sequenza di decisioni. La supervisione non è un atto finale, ma un processo continuo: richiede di saper riconoscere segnali di incertezza, di intervenire quando il sistema devia dal percorso previsto e di validare i risultati prima che producano effetti significativi. In questo senso, lavorare con un agente assomiglia più alla gestione di un collaboratore che all'uso di uno strumento.
Un ulteriore livello di alfabetizzazione riguarda la progettazione di workflow ibridi, in cui esseri umani e agenti collaborano in modo complementare. L'uso efficace degli agenti implica la capacità di scomporre un'attività complessa in fasi, delegando alla macchina le parti ripetitive o computazionalmente onerose e mantenendo per sé le decisioni strategiche, il giudizio di valore e l'interpretazione dei risultati. In questo senso, lavorare con un agente diventa simile al coordinamento di un collaboratore molto efficiente, ma privo di intuizione e responsabilità propria.
Diventa inoltre essenziale comprendere i limiti dell'autonomia della macchina. Gli agenti restano sistemi statistici, ancorati ai dati e ai modelli su cui sono stati addestrati. Possono commettere errori plausibili, interpretare in modo eccessivamente letterale un'istruzione o replicare bias presenti nei dati. Riconoscere questi limiti è fondamentale per evitare un affidamento eccessivo e per mantenere un ruolo attivo nel processo decisionale. La competenza non consiste nel "fidarsi" dell'agente, ma nel saperlo guidare e correggere.
A queste abilità si aggiunge una dimensione etica e di responsabilità. Poiché gli agenti possono intervenire su documenti, dati e sistemi reali, chi li utilizza deve essere consapevole delle implicazioni delle loro azioni. Ogni decisione presa dall'agente è, in ultima analisi, una decisione delegata dall'essere umano. Come sottolineato dal filone di ricerca sull'allineamento e sulla responsabilità nell'agentività (Hadfield-Menell & Hadfield, 2018), l'uso degli agenti non riduce la responsabilità umana, ma la rende più esplicita.
L'alfabetizzazione digitale dell'era agentica non coincide quindi con la semplice padronanza tecnica degli strumenti, né con la capacità di scrivere prompt efficaci. È piuttosto la capacità di progettare, supervisionare e integrare l'azione autonoma della macchina all'interno di un quadro di responsabilità, visione e pensiero critico. Una competenza che diventerà sempre più centrale non solo per gli specialisti, ma per chiunque operi in un contesto professionale e educativo in cui la collaborazione con agenti intelligenti sarà parte della quotidianità.
9. Le possibili evoluzioni degli ambiti lavorativi con l'introduzione degli agenti
L'introduzione della Agentic AI non modificherà soltanto gli strumenti utilizzati nel lavoro quotidiano, ma l'organizzazione stessa delle attività professionali. Come l'automazione industriale ha trasformato il lavoro manuale e la digitalizzazione ha ridisegnato gli uffici, gli agenti intelligenti stanno aprendo la strada a una nuova configurazione del lavoro intellettuale, basata sulla collaborazione tra esseri umani e sistemi autonomi. Non si tratta di una sostituzione, ma di una redistribuzione delle responsabilità.
In molti settori emergerà un modello di lavoro ibrido, in cui agenti e persone operano come team misti. Gli agenti assumeranno il ruolo di esecutori avanzati di processi complessi, capaci di gestire grandi volumi di informazioni, coordinare procedure articolate e automatizzare attività ripetitive. Le persone, invece, si concentreranno sempre più sulle decisioni strategiche, sull'interpretazione dei risultati e sulla gestione delle eccezioni. In questo scenario, l'essere umano non perde centralità, ma cambia funzione, diventando il punto di sintesi tra automazione e responsabilità.
Nel settore finanziario, ad esempio, gli agenti potranno analizzare portafogli, monitorare indicatori di rischio, simulare scenari alternativi e verificare la conformità regolatoria, riducendo drasticamente il tempo dedicato al consolidamento dei dati. L'analista umano potrà così concentrarsi sulla valutazione qualitativa, sul giudizio professionale e sulla comunicazione delle decisioni. Un'evoluzione simile è attesa nella pubblica amministrazione, dove gli agenti potranno gestire grandi archivi documentali, individuare incoerenze normative e predisporre bozze di atti, lasciando ai funzionari il compito di validare e assumere la responsabilità delle scelte.
Nel mondo dell'educazione, la presenza di agenti intelligenti favorirà una didattica più personalizzata e flessibile. Gli insegnanti potranno delegare la preparazione di materiali, esercizi e verifiche, adattandoli ai livelli e ai bisogni degli studenti, mentre il tempo in aula potrà essere dedicato maggiormente all'interazione, al confronto e allo sviluppo del pensiero critico. In questo contesto, l'agente non sostituisce il docente, ma ne amplifica la capacità di progettazione e accompagnamento.
Anche le professioni creative saranno interessate da una trasformazione significativa. Gli agenti potranno raccogliere riferimenti, analizzare stili, proporre strutture narrative o progettuali e generare bozze iniziali. Il ruolo dell'autore, del designer o del comunicatore tenderà così a spostarsi verso la direzione creativa, la selezione delle alternative e la definizione della visione complessiva. L'agente diventa uno strumento di esplorazione e accelerazione, non un sostituto della creatività umana.
In ambito scientifico e tecnico, gli agenti potranno supportare l'analisi di dataset complessi, la simulazione di fenomeni, l'ottimizzazione di processi sperimentali e la redazione di documentazione tecnica. Questo renderà la ricerca più iterativa e collaborativa, permettendo agli studiosi di esplorare ipotesi che richiederebbero tempi e risorse difficilmente sostenibili con il solo lavoro umano. La produttività aumenterà, ma resterà centrale la capacità di interpretare i risultati e di formulare nuove domande di ricerca.
La trasformazione più profonda riguarderà probabilmente la struttura delle organizzazioni. L'automazione tradizionale ha ridotto il peso delle attività manuali; la Agentic AI tenderà a ridurre il carico delle attività procedurali e a riorganizzarle in flussi di lavoro gestiti congiuntamente da agenti e persone. In questo contesto emergeranno nuovi ruoli professionali, come coordinatori di agenti, progettisti di workflow e supervisori di sistemi autonomi. Il lavoro non scomparirà, ma verrà ricomposto attorno a nuove competenze.
In definitiva, gli agenti non vanno immaginati come strumenti che prendono il posto dei professionisti, ma come tecnologie che ne ampliano il raggio d'azione. Così come il computer non ha sostituito il lavoro intellettuale, ma lo ha reso più potente, la Agentic AI tende ad aumentare la capacità umana di gestire complessità, prendere decisioni e creare valore. La sfida, e insieme la responsabilità, sarà quella di integrare questa nuova potenza operativa in un equilibrio sostenibile tra autonomia della macchina e centralità dell'essere umano.
10. Le soluzioni agentiche su cui stanno lavorando i big player dell'intelligenza artificiale
L'emergere della Agentic AI non è un fenomeno teorico o marginale, ma una direzione strategica esplicita perseguita da tutti i principali attori globali dell'intelligenza artificiale. La competizione non si gioca più soltanto sulla dimensione dei modelli o sulla qualità delle risposte linguistiche, ma sulla capacità di costruire sistemi che agiscono, pianificano e collaborano con gli esseri umani all'interno di processi reali. Ogni azienda interpreta questo passaggio in modo diverso, ma tutte convergono su un punto: l'agente sta diventando la nuova unità fondamentale dell'interazione uomo-macchina.
OpenAI è stata tra le prime a rendere visibile questa transizione. A partire dal paradigma ReAct, che integra ragionamento e azione, l'azienda ha progressivamente sviluppato modelli capaci di utilizzare strumenti esterni, eseguire codice, navigare sul web e gestire compiti articolati. La direzione di sviluppo più recente punta a integrare sempre più capacità agentiche direttamente nei modelli generali, riducendo la distanza tra comprensione linguistica e azione operativa. L'obiettivo dichiarato è quello di creare assistenti in grado di seguire compiti persistenti nel tempo, suddividerli in sotto-attività e portarli a termine con un livello crescente di autonomia, mantenendo l'essere umano nel ruolo di supervisore. In questa visione, l'agente non è un componente aggiuntivo, ma una caratteristica intrinseca del modello.
Google DeepMind adotta un approccio più orientato alla generalità e alla visione di lungo periodo. Con progetti come SIMA, l'attenzione si sposta sugli agenti capaci di operare in ambienti complessi, tridimensionali e potenzialmente fisici. L'interesse non è solo l'automazione di compiti digitali, ma la creazione di sistemi in grado di apprendere comportamenti trasferibili da un contesto all'altro. In questa prospettiva, l'agente diventa una sorta di "cervello generale", capace di esplorare, pianificare e collaborare in ambienti diversi, anticipando applicazioni che vanno dalla robotica all'automazione industriale avanzata. Parallelamente, Google sta introducendo agenti orientati alla produttività all'interno dei propri strumenti, dove l'azione operativa si affianca alla generazione di contenuti.
Microsoft si muove con un'attenzione particolare alle esigenze delle imprese e delle istituzioni. La sua strategia ruota attorno all'idea che gli agenti rappresentino una nuova unità di calcolo, paragonabile per importanza alle applicazioni nell'era degli smartphone. I Copilot Agents sono progettati per operare direttamente nei flussi di lavoro aziendali, interagendo con documenti, database e sistemi gestionali, e automatizzando procedure complesse come la gestione documentale o la conformità normativa. Un elemento distintivo dell'approccio Microsoft è l'enfasi sulla governance: orchestratori, sistemi di logging, controlli di sicurezza multilivello e integrazione con i requisiti regolatori sono parte integrante dell'architettura. L'agente non è pensato come un'entità indipendente, ma come un componente affidabile di un ecosistema organizzativo.
Meta segue una traiettoria diversa, concentrandosi sugli agenti orientati all'interazione sociale. Attraverso i modelli LLaMA e le piattaforme per la creazione di agenti personalizzati, l'azienda punta a sviluppare sistemi capaci di sostenere conversazioni prolungate, apprendere preferenze degli utenti e operare all'interno di contesti sociali digitali. In questo caso, l'agentività non è tanto legata all'esecuzione di procedure aziendali, quanto alla capacità di comprendere contesto, tono ed esigenze relazionali. L'approccio open-source di Meta ha inoltre favorito la nascita di un ecosistema sperimentale molto ampio, in cui sviluppatori e aziende possono costruire agenti specializzati e adattarli a casi d'uso specifici.
Anthropic adotta una prospettiva ancora diversa, centrata sulla sicurezza e sulla controllabilità del comportamento degli agenti. La ricerca sull'IA costituzionale mira a costruire sistemi che riflettano sui propri obiettivi e sulle conseguenze delle proprie azioni prima di agire. In questa visione, l'agentività non è misurata solo dalla capacità operativa, ma dalla capacità di rimanere allineati a principi espliciti e di autocorreggersi. Gli agenti sviluppati da Anthropic sono progettati per essere prevedibili, auditabili e coerenti, anche a costo di una minore aggressività operativa. È un approccio che privilegia l'affidabilità rispetto alla massima autonomia.
Amazon, infine, si concentra su agenti fortemente verticali, progettati per ottimizzare processi specifici nei settori del retail, della logistica e del cloud computing. Gli agenti sviluppati all'interno dell'ecosistema AWS sono pensati per monitorare infrastrutture, gestire risorse, analizzare vendite e ottimizzare flussi operativi complessi. In questo contesto, l'agentività è strettamente legata all'efficienza e alla scalabilità: l'agente diventa un gestore automatico di sistemi ad alta complessità, più che un assistente generalista.
Anche Apple sta entrando nel campo degli agenti, con un approccio centrato sull'utente e sulla tutela della privacy. L'interesse principale non è l'agente aziendale, ma l'agente personale integrato nei dispositivi. L'idea è quella di un sistema capace di comprendere il contesto individuale, organizzare informazioni e coordinare azioni tra le applicazioni, mantenendo l'elaborazione il più possibile sul dispositivo. In questa visione, l'agente diventa una sorta di memoria estesa dell'utente, progettata per anticipare bisogni e ridurre il carico cognitivo quotidiano.
Nonostante differenze di approccio e priorità, emerge una convergenza chiara. Tutti i principali attori stanno spostando l'attenzione dall'interfaccia basata sulle applicazioni a un'interazione centrata sugli agenti. Così come l'avvento delle app ha ridefinito l'uso dello smartphone, l'emergere degli agenti è destinato a ridefinire il modo in cui interagiamo con i computer e con i sistemi digitali. L'agente si configura sempre più come il punto di accesso principale alla complessità tecnologica, un intermediario intelligente tra gli obiettivi umani e l'esecuzione operativa.
Conclusione
La Agentic AI rappresenta un passaggio cruciale nell'evoluzione dell'intelligenza artificiale. Non introduce soltanto modelli più potenti o interfacce più sofisticate, ma ridefinisce il modo in cui le macchine partecipano alle attività umane. Il cambiamento fondamentale non riguarda ciò che l'intelligenza artificiale sa dire, ma ciò che è in grado di fare.
Il passaggio dai sistemi reattivi ai sistemi agentici segna una trasformazione nel rapporto tra esseri umani e tecnologia. L'intelligenza artificiale non è più soltanto uno strumento di supporto cognitivo, ma un partner operativo che può assumersi una parte dell'esecuzione dei compiti, operare all'interno di processi complessi e contribuire in modo concreto alla produzione di risultati. Questo non elimina il ruolo dell'essere umano, ma lo sposta verso funzioni di definizione degli obiettivi, supervisione, valutazione e responsabilità.
Come ogni transizione tecnologica significativa, anche la Agentic AI porta con sé opportunità e rischi. La capacità di agire amplifica il valore dell'intelligenza artificiale, ma amplifica anche le conseguenze delle sue decisioni. Per questo motivo, il futuro degli agenti non dipenderà solo dai progressi nei modelli o nelle architetture, ma dalla qualità delle scelte progettuali, dalle regole di governance e dalla maturità culturale con cui queste tecnologie verranno adottate.
L'Agentic AI non deve essere interpretata come un passo verso l'autonomia indipendente delle macchine, ma come un'estensione controllata dell'azione umana. Gli agenti più efficaci non saranno quelli che agiscono senza limiti, ma quelli che sapranno operare entro confini chiari, rendere trasparenti le proprie azioni e collaborare in modo affidabile con le persone. In questo equilibrio tra iniziativa e controllo si gioca la credibilità del nuovo paradigma.
Siamo ancora all'inizio di questa fase. Come accadde in altri momenti chiave della storia dell'informatica, le applicazioni più rilevanti emergeranno progressivamente, attraverso sperimentazioni, errori e adattamenti. La Agentic AI non è un punto di arrivo, ma l'apertura di un nuovo capitolo: quello in cui l'intelligenza artificiale passa dalle parole alle azioni, e in cui la responsabilità di guidarne l'evoluzione rimane, più che mai, nelle mani dell'essere umano.
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